LA GRANDE FAKE DELL’ECONOMIA


Si dice in giro che l’Impresa produca beni/servizi generando valore, che venduti si trasformano in ricchezza. Per questa via si genera occupazione, lavoro che quella ricchezza remunera; viene infine fornito ristoro ai bisogni della Gente.

Chi non crede che tutto questo corrisponda alla verità del sistema produttivo, alzi la mano!

Nessuno?

Et voilà, la fake news dell’economia a cui credono tutti.

Chi sono i creduloni:

gli Impresari, a loro conviene crederlo;

a chi lavora, perchè quello che intascano arriva dall’impresa;

ai Sindacati, che contrattano il quibus, per chi lavora, con le Imprese che hanno in tasca il malloppo;

alla Politica che, devendo redistribuire, sa chi ha intascato quel malloppo;

a Trump e Xi che ci credono e li aiutano a suon di dazi;

gli Economisti*, di ogni grado e risma, responsabili di aver messo in giro la fake.

Smontiamo la fake: l’automobile è un bene; di valore se ne ho bisogno e se ce ne sono poche in vendita. Un male, invece, se ce ne sono tante e io, già ristorato, ce l’ho. Invenduta arrigginisce, non genera ricchezza; non vi sarà chi dovrà lavorare per riprodurla.

Stessa cosa vale che so… per quel latte invenduto che caglia, per l’abito invenduto che passa di moda, per il giornale del giono dopo che incarta il pesce.

La diceria, nientepopodimenoche il paradigma dell’Economia della Produzione, non è stata sempre una fake; lo diventa pressappoco dopo il ’71, quando viene eliminata la convertibilità tra dollaro e oro.

Bene, per il tempo d’oggi c’è un’altra diceria non ancora detta, che attende ratifica; paradigma, questa, dell’Economia dei Consumi:

“La crescita si fa con la spesa, non con la produzione. Così viene generata ricchezza, quella ricchezza che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di ricchezza per remunerare chi, smaltendo fa riprodurre, creando lavoro e con la spesa lo remunera.”

Beh, fact checkers di tutto il mondo all’opera. Provate a smontarla!

Buon lavoro.

*Si dice vi siano tante Teorie economiche per quanti Economisti stanno in giro. Tutte diverse, tutte in contrasto. Un solo paradigma le associa tutte, propio quello della fake.

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IL LAVORO PARTITA DI GIRO


Così le trovo, così le riporto: « Mio figlio dopo la laurea in ingegneria navale, in Italia ha avuto 4 offerte a 500 euro ed è andato a Brema dove lo pagano 3mila euro al mese». «Un mio giovane parente, laureato al Politecnico di Milano in ingegneria industriale e specializzatosi al Delft in Olanda, ha contattato varie aziende italiane. Una di queste gli ha offerto l’assunzione con uno stipendio di 1.250 euro. Il ragazzo ha rifiutato e due mesi dopo è stato assunto da una grande azienda del nord Europa con uno stipendio iniziale di 3.350 euro». «Ho 42 anni, parlo 4 lingue ed ho esperienza manageriale internazionale e chiedevo un basic salary netto di 3.000 euro al mese piu commission. Com’è che continuo a ricevere offerte da Londra, Dublino, Amsterdam, Berlino, Hong Kong e dall’Italia quasi nulla?»

Dunque il lavoro, dall’Impresa, viene considerato un costo.

Da ridurre, costi quel che costi; ne va della produttività e della competitività necessarie per stare sul mercato.

Lo si riduce mediante l’automazione dei processi, la trasformazione digitale, con produzioni capital intensive, finanche facendo pagare dazio a quel lavoro, reo di aver sovrapprodotto quelle merci invendute.

Si ottiene, per quelli dell’alta propensione al consumo, non lavoro e/o lavoro sottopagato.

Per riffe o per raffe l’impresa, nel trasferire la ricchezza generata dalla crescita economica, mette in conto al lavoro quel costo, pagato con un insufficiente potere d’acquisto.

Un momento: pure il lavoro di consumazione, non svolto per quest’insufficienza, finisce con l’avere un costo che deve essere sostenuto da chi trae vantaggio dall’esercizio invece svolto; magari da pagarsi con quanto risparmiato dai trasferenti nel trasferimento.

Suvvia, pressappoco una partita di giro oppure… beh, l’innesco del paradosso della parsimonia!

Prosit.

Mauro Artibani, l’economaio

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LA PRODUTTIVITA’ DELLA CASA, SENZA L’OSTE


  • Ogni giorno, nel mondo, vengono fuori dati che non fanno rumore; invece dovrebbero farlo.

Nel primo trimestre del 2019 la produttività negli Stati Uniti, relativa al settore manifatturiero, è aumentata al tasso annualizzato del 3,4% rispetto all’ultimo trimestre del 2018; dal 1947 al 2018, la crescita media è stata del 2,1 per cento. Rispetto a un anno prima, la produttività – l’indice viene ottenuto dividendo la produzione per il numero di ore lavorate – è cresciuta del 2,4%, il rialzo maggiore dal terzo trimestre del 2010.

Nel primo trimestre, sempre del 2019, il costo unitario del lavoro invece risulta diminuito al tasso annuo dello 0,8%, rispetto ai tre mesi precedenti.

Le scorte delle imprese, nel secondo trimestre poi, hanno registrato un +0,8% rispetto a marzo.

All’attuale ritmo di vendita, occorrerebbero 1,34 mesi per venderle. Le scorte di auto sono aumentate del 3,8%, il massimo dall’agosto 2018.

Che cavolo di produttività è mai quella misurata in casa delle Imprese, gestendo il capitale ed il lavoro, che non sembra far bene a quelli fuori da questa casa se, il Pil reale pro-capite Usa, non sembra far tutto d’oro quel che luccica. L’aspettativa di vita è scesa ben al di sotto di quella di altri Paesi del G7; il reddito mediano di una famiglia americana, al netto dell’inflazione, è salito solo del 2,2% rispetto alla fine degli anni ’90, nonostante il Pil reale pro-capite sia aumentato del 23% nello stesso arco temporale; il tasso di povertà è rimasto vicino a quello registrato prima della crisi finanziaria, con quasi 45 milioni di poveri su una popolazione di oltre 300 milioni di persone.

Essì, cari padroni di casa della vostra azienda, affinchè non venga sgarupata, occorre saper gestire la produttività, quella di sistema però: la casa dove abitano tutti!

Ai Produttori tocca raddrizzare i modi del loro fare rendendo efficiente l’impiego delle riserve di capitale. Se si teme di investire per produrre invenduto, sottraendo denaro alla crescita, si investa per vendere l’eccesso già prodotto; adeguando il prezzo di quelle merci torneranno sufficienti redditi insufficienti, troverà ristoro il potere d’acquisto, mitigato il debito.

Si potrà consumare, si potrà tornare a produrre, a lavorare, a crescere, a guadagnare.

Eggià, smaltire l’invenduto restituisce scarsità alle merci ripristinandone il valore; l’impresa riacchiappa scampoli di capacità competitiva e…. toh, pure la produttività.

Mauro Artibani, l’economaio

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3×2 = 6 GANZO!


Ehi, economisti, apologeti dell’Economia della Produzione, prendo di petto un vostro attempato concetto: l’Utilità Marginale di un bene.

Cardine della teoria neoclassica del valore in economia, misura l’incremento del livello di utilità, ovvero della soddisfazione, che un individuo trae dal consumo di un bene, ricollegabile ad aumenti marginali nel consumo del bene.

Che sia attempata non lo mostra solo il settecentesco Daniel Bernoulli, che per primo ne parla e, passando di bocca in bocca, altri che ribadiscono di una utilità non sempre utile.

Nella monumentale formula non una sillaba viene spesa per dedurre cosa accada, nel tempo dell’Economia dei Consumi, al valore di una marginalità vieppiù decrescente.

Bene, affinchè sia di monimento, diamo un’occhiata ai fatti.

Se ho in casa tutto il bendiddio che si possa desiderare, il desiderio ristagna.

Bene, l’utilità marginale decrescente* si annusa guardando di traverso: se si è affrancati dal bisogno si riduce quella del dover fare spesa, pure l’utilità del debito per poterla fare; quella del dover produrre e del dover lavorare al produrre merci da acquistare. Et voilà, quando le altre utilità annaspano aumenta invece l’utilità marginale della domanda di merci.

Essipperchè se viene a mancare la domanda, manca il contributo fornito dalla “tiritera”** alla crescita. Con una teoria che non misura questo valore, la crisi – che incarta il mondo dal 2007 – è stato il minimo che potesse capitare.

Già, la Teoria economica neoclassica non considera il valore marginale della domanda, inversamente proporzionale a quello della spesa, nè valuta gli effetti collaterali che vengono così generati proprio dentro il meccanismo della produzione del valore.

La teoria, appunto; il mercato a volte si, magari, quando fa il 3×2.

Già, il 3×2 fa il prezzo dell’utilita decrescente della spesa remunerando la domanda: mia moglie, mia madre e mia nonna acquistano il 3, pagano per il 2. Avranno ciascuno l’1 al prezzo di 0,666666.

Per le Imprese, un’ iniziativa pro crescita; per la mia Famiglia / gli amici / quelli del pianerottolo e quelli in Gruppi d’acquisto si contiene la discesa dell’utilità marginale del prodotto acquistato; migliorando la redditività del reddito speso si rifocilla il potere d’acquisto.

Beh, seppur con pazienza, prudenza e perseveranza, insomma: LA DOMANDA COMANDA!

A meno che i soliti apologeti, con le stesse 3P, non vogliano ancor tentare, per arrestare la decrescente utilità marginale della spesa, di utilizzare “un consistente stimolo monetario per assicurare che prosegua l’accumularsi di pressioni al rialzo sui prezzi nel medio termine”, come dice Mario Draghi, nel rapporto annuale della Bce.

Bella, no? Prezzi più alti, meno spesa, per fermare quella decrescenza!

*La legge dell’utilità marginale decrescente afferma che, all’aumentare del consumo di un bene, l’utilità marginale di quel bene diminuisce.

**La spesa trasforma la merce in ricchezza, il consumo dell’acquistato spinge la riproduzione….

Mauro Artibani, l’economaio

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GIGGINO, SO’ TUTTO!

“Sono pronto a fare la legge di bilancio, anche in deficit, se crea centinaia di migliaia di posti di lavoro”.

Lo ha detto il Premier politico dei 5 stelle, il vicepremier della presidenza del consiglio, il Ministro del Lavoro, il Ministro dello Sviluppo economico; si, ex Steward dello stadio San Paolo, Luigi di Maio. A Taranto, al tavolo istituzionale permanente sull’ex Ilva, ha sottolineato come si debba intervenire sul cuneo fiscale.

“Se togliamo un po’ di tasse dagli stipendi, a lavoratori e imprese, si generano posti di lavoro”.

Orbene “se crea”, dice il Nostro, si insomma sennò ciccia?

Quel tagliare ‘npo’ di tasse poi sarebbe il modo per ridurre la spesa pubblica e far trovare alle Imprese quelle risorse per fare spesa in conto capitale? Proprio quella spesa che non vogliono fare, perchè quello che arriverà in più nelle tasche di chi lavora sarà del tutto insufficiente a recuperare il reddito perduto, con la crisi, per fare la spesa?

Sicuro, sicuro?

Essipperchè, mi risulta come la crescita si faccia con la spesa aggregata, non con la produzione nè con il lavoro.

Essì, così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa.

Conciossiachè, tocca allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa, crea lavoro e lo remunera, remunerando Tutti.

Tutti, nessuno escluso!

Quando gli aggregati – spesa per investimenti, spesa pubblica, spesa privata – non possono/vogliono farla, la spesa si disgrega e finisce tutto in vacca.

Si, insieme al disperante deficit che diventa debito!

Prosit.

Mauro artibani, l’economaio

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IL SOGNO DI UNA NOTTE DI INIZIO ESTATE


Permettetemi di darvi conto del vantaggio di tutti che ho contratto in sogno con Nonno Rizieri, un tard’ottocentesco che abita il novecento.

Un individuo singolare, con nome plurale che si fa maiestatico. Monarchico per induzione, me lo trovo al capezzale abbigliato con la stola di ermellino, la corona in testa e un denaro in alto alla sua sinistra.

La “matta” insomma con in una mano il libriccino “Bureaucracy”* del ’44, che inaugurava la dinastia reale di quelli della spesa, e nell’altra il Times del marzo del ’33 con su “The means of prosperity”, sottolineato alla riga 123, che a quella spesa attribuiva Valore**.

Non ebbi il tempo di dire che si intromise: “Si, con questi venimmo alla luce negli anni ottanta dell’ottocento; compagni di lignaggio: Von Mises da famiglia nobilitata ed il 1° Barone Keynes di Tilton. Il primo fornisce l’identità che ci incorona; l’imperativo invece del Sir del Leicestershire, riconsegna a questa corona il potere assoluto”.

Regale, comanda:”Prendi questo foglio e annota “Se la Nostra spesa diventa il reddito di cui tutti avete bisogno, si ha un obbligo: farla! Più siamo a farla, più se ne fa, più alto sarà il guadagno dei Capitalisti per riprodurre il capitale, come quello di chi lavora, non solo per poter imbandire il desco! Bene, tra quel che i Nostri han scritto, per quel che ne abbiamo dedotto e il tuo appezzato riflesso si può arrivare ad imperativo dire che l’offerta dipenderà ancor più dalla domanda, la produzione dal consumo, il Produttore dal Consumatore!”

Conciossiachè, ti dò mandato di proferir per vece con taluni, acciocchè tal’altri scrollino dalle radici quell’appassita credenza che altrimenti copre la vista.”

In altro ordinario mi prolungherò di più. In questo, per verità, non me ne sento la forza.

Adunque lo faccia chi, ad usum Delphini deve, e farlo con fiero cipiglio!

Con lealtà di Re e con affetto di Nonno ti congedo.

Rizieri

Congedatomi, con incedere regale e un imbarazzante effluvio, lasciò il sogno.

Bene, se da repubblicano non dovrei, da nipote debbo, e con il cipiglio richiesto mi accingo a dover dar esito al “Paradigma del Vantaggio Comparato”:

LA CRESCITA SI FA CON LA SPESA, NON CON LA PRODUZIONE NÈ CON IL LAVORO. COSÌ VIENE GENERATO REDDITO, QUEL REDDITO CHE SERVE A FARE NUOVA SPESA. TOCCA ALLOCARE QUELLE RISORSE DI REDDITO PER REMUNERARE CHI, CON LA SPESA, CREA LAVORO E LO REMUNERA, REMUNERANDO TUTTI.

PURE QUELLI DEL CAPITALE!

Non me ne vogliano gli epigoni ricardiani se, parafrasando questa teoria del loro diletto, vien fuori che il costo opportunità, così definito, definisce un incomparabile vantaggio per tutti gli agenti economici implicati nel ciclo.

Beh, non so quanto di mio ci sia nei pensieri del Regal’Avo o dei suoi nel sogno; sia come sia, glielo devo tal lapideo paradigma affinchè si mondi, giust’appunto, quello negletto di prima.

Mauro Artibani, l’economaio

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IL PUNTO D’EQUILIBRIO DELLA PRODUTTIVITA’ MARGINALI


Una nuova crisi si mostra alla vista:

Alla vigilia del direttorio della Bce si moltiplicano i segnali di debolezza sull’area euro. Il commercio al dettaglio ha iniziato il secondo trimestre con la retromarcia ingranata. Ad aprile le vendite sono diminuite dello 0,4 per cento rispetto al mese precedente, secondo i dati diffusi da Eurostat, dopo una variazione nulla registrata a marzo.

Bene, per non girare a vuoto e a caso, in un sistema produttivo circolare qual è il punto d’equilibrio delle produttività marginali?

Un eterodosso, avvezzo all’esperienze empiriche del prima e del poi, costretto a rispondere la metterebbe così: Se prendi il miglior grano, l’acqua migliore e il lievito madre, poi la macchina per trafilare al bronzo e quel che vien fuori lo metti dentro il miglior contenitore; poi incarichi quelli del Marketing di confezionare la domanda e ai pubblicitari di strillarla al mondo; porti infine tutta questa meraviglia al mercato, dove sta il consumatore che non vuol perdere l’occasione di poterla gustare, beh, hai fatto al meglio quel si doveva fare.

Già, tutto questo poteva accadere in quel “prima” dell’economia della produzione, quando a valore si aggiungeva valore, portando il livello di ciascuna utilità marginale impiegata al top.

Quando si giunge al “poi” nell’economia dei consumi e su quello stesso mercato arriva quella stessa Impresa con un troppo, seppur “fatto bene”, che vuol vendere ad un consumatore che ha già tutto e ad un’altro che non ha i soldi per averlo, beh, si è fatto il peggio.

Visto? Sconquassi, questi che sconquassano le competenze impiegate e le sagacie mostrate; le fatiche messe in campo e le speranze di tutti.

Dunque la fase dell’Economia dei Consumi, caratterizzata da redditi erogati per produrre e insufficienti ad acquistare il prodotto, segnala lo squilibrio nell’impiego dei fattori produttivi.

I gestori dell’Offerta stanno in ambasce, le merci restano invendute generando sprechi; viene così alterato il Valore di quelle merci, annullata la scarsità del bene, mal usate le risorse naturali.

Stesse ambasce per i gestori della Domanda: l’obbligo di surrogare il reddito mediante il credito, acquistare oltre la capacità di spesa ed oltre il bisogno.

Alterato l’equilibrio delle singole unità produttive, l’intero si squassa.

In un sistema circolare e continuo di tal fatta nuove “unità minime” di produzione devono entrare nel circuito, aggregate nel sistema, devono eliminare gli attriti, rendere fluida la successione, sostenibile la vicenda economica:

Ai Produttori tocca rifocillare un potere d’acquisto adeguato al sostegno della domanda. Adeguata la capacità di spesa, si restituisce valore al bene, torna appetibile la merce; migliora la resa produttiva delle risorse impiegate.

Ai Consumatori tocca erogare responsabilità. Fornire misura agli acquisti, aumentare la redditività del proprio reddito, diminuire il debito.

Si riducono gli sprechi, le quantità smaltite, l’inquinamento.

Tra interessi confliggenti e forza contrattuale dispari, insomma, si deve incontrare l’equilibrio.

Un adeguato poter acquistare, unito ad altrettanta responsabilità, sono le unità minime lubrificanti per consentire di migliorare il livello di efficienza di quelle unità marginali già impiegate e restituire una prospettiva di efficienza all’economia.

Mauro Artibani, l’economaio

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STANNO PROVANDO A FARE UN’ AUTO ANTIRUGGINE?


Dopo la notizia, Fca in Borsa fa + 7,98; Renault + 12,09″.

Urrà, gli investitori ci credono e comprano.

Cosa? Beh, comprano quel che ha detto John Elkann: “Con Renault creeremo il terzo più grande produttore di automobili al mondo. E con i partner giapponesi, Nissan e Mitsubishi, il più grande.

In base all’esperienza avuta siamo molto incoraggiati da quello che si potrà fare insieme, è la ragione della nostra proposta”.

L’auspicio di Elkann è che si ripetano “gli ultimi 10 anni che abbiamo vissuto, che hanno fatto di Fca uno dei più grandi operatori auto al mondo”.

Il numero uno del gruppo ha ricordato che “l’automobile è in fortissimo mutamento, gli anni che abbiamo davanti sono anni con tantissimi sfide e noi queste sfide le prendiamo perché siamo convinti che ci sono tante opportunità”.

Già fortissimo mutamento nei sistemi di automazione dei processi, nei modi di guida autonoma, nei sistemi di alimentazione.

Dunque fare gruppo per fare massa critica, economie di scala anche migliorare la produttività e la competitività va benissimo.

Bene, bravi 7+; non 8 però.

Essì, meno bene se il settore auto, nel mondo, deve fare i conti con una sovraccapacità superiore al 30%. Lo disse, prima di lasciare questo mondo, il compianto Sergio Marchionne.

Con modestia lo confermo se il reddito, erogato a chi lavora, risulta insufficiente ad acquistare quanto quello stesso lavoro abbia prodotto.

Orbene, ce la farà l’affare che si sta mettendo in piedi ad aumentare quella produttività, tanto quanto occorre, per sanare in busta paga l’ampio gap del potere acquistare quel sovrappiù?

Se così non dovesse essere, le auto invendute non genereranno ricchezza; ruggine si, che nessuna mirabil vernice riuscirà a coprire.

Esimi investitor di Borsa, occhio alla penna!

Mauro Artibani, l’economaio

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