IL GAP DELL’OUTPUT E IL PIL FASULLO


Mi venga un colpo! Per abbattere il gap dell’output occorre adeguare il potere d’acquisto al fine di poter smaltire quanto si è prodotto, così viene riportato il meccanismo produttivo in equilibrio che, gira e rigira, genera tutta la ricchezza possibile.

Ennò! Quelli dell’Output gap working group*, una “Giuria” di giudiziosi che giudica ma non giura sul giudicato, non ci stanno.

Tra il lusco e il brusco li senti sussurrar: se tutti hanno venduto e tutti hanno acquistato non stiamo nel migliore dei mondi possibili. Essipperchè, così si acquista pure il vecchio, il malfatto, magari anche il più costoso. Così la voglia di migliorare la produttività e la capacità competitiva delle Imprese va a farsi friggere!

Okkei, siamo alle solite. D’accordo, non mi sottraggo, ho in casa i Led come tutti ma…. l’emozione del lume di candela, vuoi mettere… intriga e se smucinando nel borsellino trovo un soldino la voglio e quella cera la piglio.

Intriga al tempo dell’Ikea, che ha cambiato i connotati all’abitare, pure un mobile artigianale.

Intriga anche andare a cena “dar bugliaccaro” pure dopo quel McDonald’s che ha uniformato il mangiare.

Ehivoi del calcolo esoterico, che intendete misurare il divario della crescita, ce la farà il miglioramento produttivo a braccetto della competitività di quelle Imprese a tenere al massimo la produttività totale di capitale e lavoro dell’intero sistema, se restan fuori quelle merci invise a voi?

Orbene se, quel seduto su una sedia impagliata mangiando casereccio al lume di candela, sembra ledere l’assoluto “produttività/competitività”, mi tocca rammentare come non stia nella merce il valore ma nel lavorio, nei bisogni, nelle voglie, nelle emozioni e nelle passioni di Tizio; nel fare i conti poi tirar fuori il borsellino, infine spendere.

Giust’appunto, il valore non sta dentro la merce; sta invece nella soddisfazione di quelle “voglie”; nell’esser scarse e che quello stesso tizio disponga del denaro necessario per poterla acquistare. Valore, insomma, che si mostra solo nel gesto del prezzo pagato.

Altro che il valore della produzione potenziale; schiava del consumo potenziale che, suddito della spesa potenziale, subisce il ricatto del potere d’acquisto reale. Già, quel misero reale che resta in tasca quando le Imprese dopo aver strizzato il Clup,** riducendo il lavoro e/o il salario, trasferiscono la ricchezza, generata dalla spesa, per mal remunerare i fattori della produzione.

Bella no?

Dunque, care Vestali dell’output per ridurre quel gap e poter fare il “Pil massimo” non basta ben produrre, s’ha da fare ben la spesa; per farla tocca avere in tasca i denari sufficienti e, piaccia o meno, acquistare tutto quel che passa il convento, magari disponendo, alla bisogna, in portafoglio delle USUP. Si, quelle Unità di Spesa per Unità di Prodotto.

A meno che… non si voglia continuare a surrogare il Pil con il debito. Quello complessivo globale ha raggiunto 247 mila miliardi di dollari nel primo trimestre del 2018. Lo riporta l’Institute of International Finance, precisando nel suo Global Debt Monitor che l’incidenza dell’indebitamento totale rispetto al Pil globale ha raggiunto il 318%.

*Quelli che sul loro sito scrivono: “Il divario del PIL o l’output gap è la differenza tra output potenziale e output effettivo. La produzione potenziale è il livello di produzione che può essere raggiunto quando l’economia funziona a piena capacità e i fattori di produzione sono quindi utilizzati a livelli non inflazionistici.”

** Clup: costo del lavoro per unità di prodotto

Mauro Artibani, l’economaio

 

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IO, BEPPE e RENE’


Ciao Beppe, tu chiudi il pezzo così: Come diceva Renè Descartes, “se vuoi veramente conoscere la verità, almeno una volta nella vita devi dubitare, il più profondamente possibile, di tutte le cose”.

Bene, io da qui riparto.

Comincio dalle verità.

Renè, nel 17° secolo cambia i connotati all’uomo; con “l’io penso” lo affranca dal sovrannaturale, disincarnandolo, lo estrae pure dal naturale.

Posto fuori dalla natura, in quegli stessi anni, nella “pittura di paesaggio” la rimira; nella “natura morta” la saccheggia. “Illuminato” da quel pensiero, libero da impacci, raggiunge vette inesplorate.

Tu, con i tuoi “vaffa”, hai prima sgetolato una Politica negletta, appesa a politici da operetta, poi a sciabolate d’etica hai costruito l’alternativa. sei, con i tuoi sodali, la prima forza in Parlamento.

Io? Beh,studio l’Economia dei consumi, quella che gli accademici non scorgono e che le facoltà di Economia non insegnano. Dunque, da economaio, ancorchè amorale, anch’io ne ho una: La crescita si fa con la spesa, non con la produzione nè con il lavoro*. Così vengono generati i 2/3 di quella ricchezza che, intascata dall’impresa e trasferita, serve magari a mal pagare il capitale, il lavoro poi pure la previdenza, l’assistenza, la sicurezza, la difesa, l’istruzione…..; giust’appunto, tutto quel che non può farsi con la de-crescita.

Beh, dette le verita, tocca ai dubbi.

A Renè, che dal 1650 si è reso indisponibile, fischieranno le orecchie se, quel pensiero illuminato e disincarnato, sembra in parte responsabile di una Natura depredata al cui capezzale si lagnano gli eticisti d’ogni risma.

Tu, con i tuoi dubbi, dici: Questo sistema si è rotto, non funziona ma non avendone un altro migliore non ci resta che capire cosa non funziona. Io un’idea ce l’ho, il suo nome tecnico è “sortition”. Ma il suo nome comune è “selezione casuale.

L’idea è molto semplice: selezioniamo le persone a sorte e le mettiamo in Parlamento”.

Beppe, Dio/te/ne/renda/merito; io, da molti anni renitente al voto, ti vengo dietro.

Ehi ma per non cadere nella trappola del conflitto d’interessi, con questa sortition non smentisci pure quelli che hai concorso a far eleggere?

Beh, daltronde al dubbio si paga un prezzo!

Non pago specifichi: “la selezione dovrebbe essere equa e rappresentativa del Paese. Il 50% sarebbero donne. Molti sarebbero giovani, alcuni vecchi, altri ricchi, ma la maggior parte di loro sarebbe gente comune.

Ennò Beppe, sarà pure un eterogeneo microcosmo della società ma… con un comune obbligo di ruolo, quello di dover fare la tanto esecrata spesa per generare quella non esecrata ricchezza per tutti.

Tutti? Beh, qua il dubbio viene a me: ti avevo già detto come, quella ricchezza, generata appunto dalla spesa, dalle Imprese venga poi trasferita ai fattori della produzione: Capitale e Lavoro. Dunque, nella vecchia economia della produzione questo meccanismo di trasferimento sembrava funzionare; nell’attuale economia dei consumi, che non incorpora tra i fattori la funzione della spesa, no. Da’ a chi troppo ha per poter spendere tutto, poco a chi non ha da spendere.

Bene, nel dubbio, la vedi la possibilità?

Massì un Senato con Senatori a caso che, non a caso fan tutti la spesa, avranno una voglia plebiscitaria** di ristrutturare, magari a norma di legge, quest’aggeggio di traferimento inserendovi il remunero, proprio di quel fattore nuovo di zecca; buono per rifocillare il potere d’acquisto.

Quale potrà essere il dividendo che se ne può trarre, dici?

Beh, ad occhio e croce, due piccioni con una fava.

Il primo, un tornaconto***, adeguato alla bisogna che compensi il ruolo svolto per tenere in equilibrio il sistema economico/produttivo e attivo il ciclo.Ci sono, nel mondo, grandi Imprese che già lo fanno: rende!

Il secondo, per non perdere il suddetto tornaconto, nel trovare interesse alla responsabilità. Giust’appunto, se la Terra, malata, mette a rischio il futuro del nostro guadagno dobbiamo sventare questo rischio. Il modo: fare domanda di merci a basso impiego energetico ed eco-compatibili; pure quella di beni immateriali e di prodotti ignudi, svestiti dai packaging sfrontati.

E quando tutti in coro facciamo queste domande, beh, allora la domanda comanda e all’offerta toccherà ubbidire.

Eggià, questo s’ha da fare per la nostra cara amica: rassodare la capacità riproduttiva e ripristinare quella di smaltire i residui.

Glielo dici tu a Renè?

Prosit.

* Ad un’impresa e ad un lavoro sovraccapace questo accade: Un’ auto, prodotta ma non venduta, non è ricchezza, arruginisce; il latte invenduto dopo tre gioni caglia; con il giornale, rimasto in edicola, il giorno dopo si incarta il pesce!

** Non in conflitto di interesse, fanno per l’interesse di tutti.

*** Il tornaconto del potere d’acquisto sta al felino che caccia per mangiare come il reddito di cittadinanza sta al fellone che mangia la pappa e fa le fusa.

Mauro Artibani, l’amorale

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EHI, METTIAMO A REDDITO IL VALORE DEL CONSUMARE


La crescita economica si fa con la spesa aggregata, non con la produzione nè con il lavoro!

Quella fatta dai consumatori risulta pari ai 2/3 della spesa complessiva.

Bene, se questo devo fare per far crescere l’economia, ho pure l’obbligo di far valere il valore della mia spesa, intercettando tutte le occasioni di guadagno che, se aguzzo la vista, scorgo.

Un momento, c’è di più. Quando faccio la spesa metto in campo risorse scarse: il mio tempo, la mia attenzione, il mio ottimismo che aggiungono valore al valore.

Fiuuuu, si intravvedono alleanze di mercato, azioni mirate, opportunità per il “fai da te” che fanno guadagnare.

Tra le Imprese c’è chi fa business, per rispondere ai nuovi equilibri del mercato, con originali filosofie aziendali accettando le nuove regole del gioco, imparando a muoversi in mercati saturi.

Imprese che fanno affari se e quando i Consumatori, acquistando le loro merci, migliorano il potere d’acquisto.

C’è chi si mette in mezzo e intermedia tra domanda e offerta: Groupon & c, associano chi ha eccesso da smaltire e chi vuole risparmiare, migliorando il rendimento della spesa fino all’80%; lì dentro si possono fare affari d’oro.

In ogni angolo di strada si vendono le free press: si acquistano a costo zero.

Tanto vale la nostra attenzione alla loro pubblicità; non si spende, si risparmia. Questo risparmio si moltiplica per 365, i giorni dell’anno, si guadagna più o meno 547,5 euro e siamo pure informati.

Se si sposa la Ikea philosophy: ci guadagniamo. Vendono mobili da assemblare, li acquistiamo, li montiamo; ci viene retribuito il tempo per farlo. Si spende meno per l’acquisto, guadagnando il prezzo più basso sul mercato dell’arredamento.

I gestori degli Outlet hanno attrezzato spazi che fanno incontrare, chi ha i magazzini pieni di merce invenduta e chi pur volendo acquistare dispone di poco denaro per farlo. Dall’incontro tra uno svantaggio e un vantaggio si ottiene il prezzo più basso. Loro svuotano il magazzino, i Consumatori, migliorano il potere d’acquisto; il gestore fa affari.

Se si è proprietari di una casa poco usata o di un auto, troppo spesso in garage, con Airbnb e Uber, quei beni durevoli si possono trasformare in beni d’investimento. Ci guadagnano i gestori delle piattaforme internet, quelli che hanno fatto l’investimento e chi, con un prezzo contenuto, utilizza quei beni.

Visto Gente? Si può fare, restituisce credito al nostro credito, da sprone alla crescita economica; ancor di più, rende!

Mauro Artibani, l’Economaio

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LA REFLAZIONE E IL CONSUMATORE USA E GETTA


L’America di Trump sembra sempre più determinata a fare leva sulla condizione di importatore netto in cui si trovano gli Usa, usando il vasto mercato interno americano come una potente arma negoziale.

The Donald rilancia nell’escalation del conflitto sul commercio internazionale, con un ordine nel corso della notte, di imporre nuovi dazi per ulteriori 200 miliardi di dollari – il quadruplo della stretta precedente – su beni provenienti dalla Cina, se questa non dovesse desistere dai suoi propositi di rappresaglia sui precedenti dazi Usa.

Già, se con i dazi però si tenta di salvare le imprese di casa, decotte così come gli altrettato decotti posti di lavoro, si innesca pure un aumento dei prezzi che riducono il potere d’acquisto riducendo la capacità di spesa.

Toh, una bella inflazione implicita, insomma, per tentare di salvare capra e cavoli!

Ehi, c’è pure quella esplicita. Si, quel circa +2%, previsto dal mandato della Bce, che ridurrebbe di altrettanto il potere d’acquisto.

Bella no?

Il presidente della Bce, Mario Draghi, al forum delle banche centrali a Sintra in Portogallo, ligio al mandato dice che, per accompagnare la ripresa dell’inflazione in uno scenario economico caratterizzato da incertezze, “occorre che la politica monetaria nell’Eurozona rimanga Paziente, Persistente e Prudente”.

Già, 3P per far fronte alle incertezze.

Quali?

Con calma e gesso le enumera: “arrivano da tre fonti principali la minaccia di un aumento del protezionismo globale stimolato dall’imposizione di dazi su acciaio e alluminio da parte degli Stati Uniti, la crescita dei prezzi del petrolio innescata dai rischi politici in Medio Oriente e la possibilità di una persistenza della accresciuta volatilità del mercato finanziario”.

Dunque, da quanto detto, debbo supporre che esista un’inflazione buona ed una cattiva.

Vediamo: la prima, quella trumpiana, mira a dare una pennellata di “minio” alla ruggine di molta industria Usa, coprendo pure quelle inefficienze che non fanno scendere i prezzi, più o meno “Reflazione”; la seconda mira a spargere liquido monetario per dar sostegno alla domanda e pure qui, non far scendere i prezzi. Più o meno altrettanta Reflazione.

Indipercuiposcia, al mercato i prezzi truccati, le imprese sussidiate e quella produttività, fiaccata da un tal azardo morale, che fine farà?

Gia, proprio quella alla quale tutti appendono le speranze per veder risorgere il sol dell’avvenir dei redditi da lavoro!

Giust’appunto, proprio quelli con i quali i più fanno la spesa per fare i 2/3 della crescita economica.

Mauro Artibani, l’Economaio

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DALL’ILVA A FCA… TRALLALLERO, TRALLALLA’


Tante vertenze aziendali aperte mostrano come la crisi economica, dopo 11 anni, stia pesantemente lasciando segni sul tessuto produttivo nazionale.

Se s’ha da ragionare sui fatti, ragioniamo d’uno che fa più rumore e genera più dolore degli altri: l’Ilva.

Fa acciaio, materia prima, impiegata per fare moltissime merci che poi vanno al mercato a cercar domanda.

Prendiamo una filiera produttiva che ne utilizza molto, che su su porta all’automotive.

Personaggi ed interpreti: L’Ilva, poi tutti quelli che stanno in mezzo ad una filiera smisurata, infine l’auto, che sò….Fca.

I fatti: Per bocca di Marchionne, l’Ad, nell’automotive c’e un 30% di sovraccapacità. Fiuuuuu, ogni anno, nel mondo, potrebbero restare invendute 30 milioni di autovetture a fronte di 90 milioni di unità producibili.

840 milioni di tonnellate l’anno, il surplus di acciaio prodotto nel mondo. Il tasso di utilizzo degli impianti siderurgici a Gennaio scorso si aggirava attorno al 70%.

Da ultimo, tiro ad indovinare: pure tutti quelli in mezzo alla filiera non se la passano proprio bene.

Ci siamo?

No, manca ancora la chicca: Il reddito disponibile delle famiglie italiane nel 2013 torna ai livelli di 25 anni fa. l’Ufficio Studi di Confcommercio evidenzia che, in quello stesso anno, il reddito disponibile risultava pari a 1.032 miliardi di euro, rispetto ai 1.033 del 1988.

Eppur…

Si eppur l’ambiente, nel quale accade tutto questo, risulta saturo di politiche e tecniche di reflazione messe in campo per dar sostegno alla domanda, alterando in meccanismo di formazione dei prezzi per non farli scendere: le politiche monetarie espansive, il marketing per generare domanda, la pubblicità per vendere l’offerta, la riduzione del ciclo di vita dei prodotti, il credito al consumo.

Orbene, tutto questo visto e tutto quanto fatto, quelli di Unimpresa gridano: “Meno disoccupazione, compensata da una ‘fabbrica’ di lavoratori precari. Ora sono oltre 9,3 milioni gli italiani che non ce la fanno e sono a rischio povertà. Sempre più estesa l’area di disagio sociale che non accenna a restringersi. Dal 2016 al 2017 altre 128mila persone sono entrate nel bacino dei deboli in Italia. Si tratta di 9 milioni e 293 mila soggetti in difficoltà“.

Cavolaccio! Tocca rammentare a chi si ostina a non sentire come la ricchezza, generata con la crescita economica, si faccia con la spesa, non con la produzione nè con il lavoro!

Rammentare giust’appunto a lor Signori dell’Impresa che trasferiscono quella ricchezza remunerando il capitale e un lavoro sempre più precario che, se così si possono compensare parte dei costi generati dalla capacità produttiva inutilizzata, si scompensa ancor di più quel reddito necessario per fare quella benedetta spesa.

Essipperchè,se il reddito remunera il lavoro nella produzione, tocca averne adeguatamente guadagnato per poter svolgere l’altro lavoro, quello di consumazione che, oltre a generare la ricchezza, sottrae proprio quelle maledette sovraccapacità alle imprese chiudendo il cerchio e tenendo attivo il ciclo della produzione.

Essì Signori, per smaltire le vostre sovraccapacità, conviene tenere attivo il ciclo ma…, dal momento che ogni convenienza ha un costo di opportunità, toccherà mettersi le mani in tasca, come face a suo tempo Henry Ford, per prelevarne risorse, non dagli utili ma dal profitto. Già proprio da quel remunero del “rischio di ciclo”, intascato da tutte quelle imprese presenti nella filiera produttiva. Prelievo che verrebbe ad esser privo di ragione strumentale, da trasferire per rendere adeguato il potere d’acquisto alla bisogna. Ci sono nel mondo Aziende leader che lo fanno, rende!

Ehi della filiera, questa opzione non è un azzardo; altre, sono difficili da scorgere per salvare capra e cavoli.

Ps: Okkio, la Politica del “Cambiamento”, se vuol farlo, non solo dirlo, ha l’occasione di predisporre un ambiente normativo che possa agevolare quel traferimento. Ben oltre quello da fornire all’esser cittadino.

Mauro Artibani, l’Economaio

 

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LETTERA APERTA AL MINISTRO TRIA


Buon giorno Ministro Tria,

non vorrei apparirle sgarbato per aver saccheggiato, indebitamente, stralci del suo dire accademico.

L’ho fatto, ne sono responsabile.

Bene, mi sembra Lei nutra dubbi su uno dei cardini del contratto di governo a cui dovrà dare copertura economica: “Non sappiamo ancora cosa sarà questo reddito di cittadinanza e, quindi, le risorse richieste e l’ampiezza del pubblico dei beneficiari. Esso sembra oscillare tra una indennità di disoccupazione un poco rafforzata, e magari estesa a chi è in cerca di primo impiego, e un provvedimento, improbabile, tale da configurare una società in cui una parte della popolazione produce e l’altra consuma”.

Nutro parte delle stesse perplessità, alle quali mi permetta di aggiungere come, nell’esser “cittadino”, non si configuri un esercizio produttivo che, in quanto tale, debba essere retribuito.

Nutro, da economaio che scrive ad un economista, altresì il dubbio che lei, sbirciando, possa scorgere altro dalla configurata società dove si produce e si consuma.

Una gran bella società dove, piaccia o meno, questo s’ha da fare per generare la ricchezza che occorre per poter esser prospera.

Società, dove il produrre è condizione necessaria ma…. nient’affatto sufficiente per generare quella ricchezza e dove la pratica del consumare deve farsi invece indifferibile per garantirne i 2/3. Già, dove la crescita si fa con la spesa aggregata, non con la produzione nè con il lavoro. Essì, funziona così!

Orbene nel borsellino, adeguato alla bisogna per sostenere il potere d’acquisto e rispondere a quell’indifferibilità, sta il problema che, nel raschiare il fondo del barile con lo spostamento del prelievo fiscale, dell’Iva si/no/ni e la flat tax, non viene risolto.

L’irresolutezza sta in un vecchio paradigma, ancora agente, che ha reso il problema del borsellino un enigma, attribuendo ai soggetti economici onori ed oneri, impropri.

Essipperchè, prima del borsellino sta quel lavoro che lo rifocilla.

Quel lavoro, appunto, che mostra in forma esplicita i corni dell’enigma: paga il prezzo d’una capacità d’impresa inutilizzata che riduce l’occupazione e/o il remunero degli occupati e che, funzione accessoria per l’esercizio di consumo, mancando di rifocillare proprio il borsellino rende gli agenti economici ancor più sovraccapaci.

In questo sta l’azzardo, reso spendibile da quel vecchio paradigm,a che rischia di azzoppare quel prefisso “cambiamento” reclamato dal Governo con il quale si è accinto a collaborare.

Bene sono stato renitente al voto, non intendo altresì sottrarmi a dar contributo per rimuovere l’impaccio generato da quel meccanismo di traferimento della ricchezza, dall’impresa alla spesa, attraverso il remunero del lavoro.

Vista la mole di lavoro del suo agire ministeriale e l’impaccio, a mio dire, di quel vecchio paradigma, mi prendo la libertà di proporne la sostituzione con uno nuovo di zecca, che le recapito nella forma stringata di un tweet: “La crescita si fa con la spesa. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca trasferire quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa remunerando Tutti sottrare sovraccapacità alle imprese, migliora la produttività totale dei fattori, tiene attivo il ciclo economico.”

Buon lavoro Ministro

Mauro Artibani, l’Economaio

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SALVINI, UN GENIO. IO PURE!


La settimana scorsa stavo a lambiccarmi, bevendo un caffè, sull’esser nati prima i bar o i discorsi da bar.

Si, insomma, sono i bar ad aver consentito di poter fare quei discorsi o, quei discorsi, per esser fatti hanno inventato il bar?

Salvini entra, non me ne curo.

Bevuto il caffè prendo lo smrtphon, che mi borbotta in tasca:

Calenda, flat tax e reddito cittadinanza sono chiacchiere elettorali;

Fornero, contratto Lega-M5s vago e maschilista;

Confindustria, “Preoccupati, non è chiaro dove siano risorse per promesse elettorali”;

Boeri, pensioni quota 100 costa 15 mld, poi 20 mld l’anno;

Boccia: il contesto che viviamo inizia a preoccuparci.

Lui, appoggiato al bancone, in tempo reale ribatte. Scrive un twitt, lo manda in giro: Ragazzi, o si parte e si cambia o si torna al voto!

Domenica passata, io lì ancora a lambiccarmi, il Presidente incaricato lascia; il Nostro sbotta e, dopo averlo promesso, quel voto lo proclama con un video facebook a quegli stessi ragazzi.

I ragazzi, si badi, non l’establishment, quelli che stanno qui; che non vestono da pinguini, portano felpe, che sono di poche parole.

Giust’appunto, parole poche; nel ’76 ne conoscevano 1600, 20’anni dopo 700, oggi ancora meno. Approposito, con le parole, sembra si pensi!

Si, insomma quelli di “pane, pane, vino al vino” che sono stanchi di sentir le chiacchiere di quelli che “dicono tutti le stesse cose.”

Si, insomma, Loro, Me, Matteo: Noi stufi!

Così, tonante e con poche parole, dice quello che la gente pensa.

Il micco mica parla alla pancia della gente, dice invece il pensiero che passa per la testa di chi l’ascolta.

Se quel Lui/Me dice gagliardo, io gagliardo; se sprona, sprono; se c’è bisogno di ritrovar l’orgoglio nazionale sbircio, lo trovo. Se insomma è intelligente lui, cavolo…lo sono anch’io. Fico no?

Altro che le elite….. gliela faccio vedere Io a quegli altri, se prendo il Potere.

Bene, non vi paia ozioso ma questo stringato-affabulante-incisivo dire sulla flat tax, sulla legge Fornero, su Dublino, la moneta parallela oltre a far conto, senza aver fatto i conti, con l’aspetto della comunicazione lo fa pure con il pensiero?

Essipperchè, se si hanno poche parole a disposizione si posson fare forse slogan, tutt’alpiù assiomi.

Il pensiero che li sottintende sarà in grado di gestire la complessità che ci sbarra la strada?

Se poi si considera che gli avversari politici del Nostro manco sanno comunicare, peggio che andar di notte.

Quel pensiero allora, di cui si ha improcrastinabile bisogno per varcare il guado e che ha bisogno di altrettante parole per potersi esercitare, che fine farà?

Nel frattempo, stante gli anchilosati pensieri e i tempi stretti dinnanzi a tutti noi, toh… un bel dilemma per continuare a far disputa: “ALLA FINE DELLA FIERA, VINCERA’ L’ORGOGLIO O IL PORTAFOGLIO?” Il primo offeso, il secondo ammaccato.

Avanti tutta insomma a colpi di slogan, con tanto livore plebiscitario e chi ci rimette, ci rimette!

Intanto buona notte, tanto domani sarà un altro giorno, almeno spero.

PS: mi auguro che tanto fracasso serva almeno a svegliare il torpore neurologico dei politici di ogni dove e risma.

Mauro Artibani, l’Economaio

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