LA GRANDE FAKE DELL’ECONOMIA


Si dice in giro che l’Impresa produca beni/servizi generando valore, che venduti si trasformano in ricchezza. Per questa via si genera occupazione, lavoro che quella ricchezza remunera; viene infine fornito ristoro ai bisogni della Gente.

Chi non crede che tutto questo corrisponda alla verità del sistema produttivo, alzi la mano!

Nessuno?

Et voilà, la fake news dell’economia a cui credono tutti.

Chi sono i creduloni:

gli Impresari, a loro conviene crederlo;

a chi lavora, perchè quello che intascano arriva dall’impresa;

ai Sindacati, che contrattano il quibus, per chi lavora, con le Imprese che hanno in tasca il malloppo;

alla Politica che, devendo redistribuire, sa chi ha intascato quel malloppo;

a Trump e Xi che ci credono e li aiutano a suon di dazi;

gli Economisti*, di ogni grado e risma, responsabili di aver messo in giro la fake.

Smontiamo la fake: l’automobile è un bene; di valore se ne ho bisogno e se ce ne sono poche in vendita. Un male, invece, se ce ne sono tante e io, già ristorato, ce l’ho. Invenduta arrigginisce, non genera ricchezza; non vi sarà chi dovrà lavorare per riprodurla.

Stessa cosa vale che so… per quel latte invenduto che caglia, per l’abito invenduto che passa di moda, per il giornale del giono dopo che incarta il pesce.

La diceria, nientepopodimenoche il paradigma dell’Economia della Produzione, non è stata sempre una fake; lo diventa pressappoco dopo il ’71, quando viene eliminata la convertibilità tra dollaro e oro.

Bene, per il tempo d’oggi c’è un’altra diceria non ancora detta, che attende ratifica; paradigma, questa, dell’Economia dei Consumi:

“La crescita si fa con la spesa, non con la produzione. Così viene generata ricchezza, quella ricchezza che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di ricchezza per remunerare chi, smaltendo fa riprodurre, creando lavoro e con la spesa lo remunera.”

Beh, fact checkers di tutto il mondo all’opera. Provate a smontarla!

Buon lavoro.

*Si dice vi siano tante Teorie economiche per quanti Economisti stanno in giro. Tutte diverse, tutte in contrasto. Un solo paradigma le associa tutte, propio quello della fake.

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IL LAVORO DI RAFFA, NON DI RIFFA!


Il Lavoro, con l’articolo 1 della Costituzione, diviene l’istituto che fonda la Repubblica.

La legge, 20 maggio 1970 n. 300, con “Lo Statuto dei lavoratori” ne fa un Diritto.

Cinquanta anni dopo il Presidente Mattarella, con il garbo istituzionale che gli è proprio, ne rammemora il senso: “Dal lavoro, dalla sua dignità e qualità, dipende il futuro del Paese e dell’Europa. Senza diritto al lavoro e senza diritti nel lavoro non ci può essere sviluppo sostenibile. La sfida dei cambiamenti va affrontata con coraggio e la partecipazione, con il lavoro, al bene comune. Un collante irrinunciabile per tenere unita la comunità e renderla più forte.”

Mi vien voglia di dire… quando Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, in un intervento su ‘Il Sole 24Ore’ mi sopravanza: Il “reddito” e il “lavoro” a “milioni di italiani possono darlo solo le imprese e i mercati, gli investimenti e…”.

Con un colpo da maestro, insomma, mette il cappello su quanto scritto in Costituzione, sulla norma dello statuto e sul proferito dal Presidente.

Ennò, Capitano mio capitano! Le Imprese non possono, quel lavoro e quel reddito, inventarlo; tutt’al più son trasferenti di quel che i Consumatori con la spesa hanno generato. Prima il reddito poi l’input per poter lavorare a ri-produrre.

A meno che, spaventati dai lockdown e dalla recessione, gli europei ammassino risparmi nei depositi bancari rischiando di pregiudicare la ripresa post pandemia di Covid-19.

Che stia accadendo, lo rileva il Financial Times sulla base dei dati della Bce e della Banca d’Inghilterra che già a marzo riportavano forti aumenti dei depositi nelle maggiori economie.

In Italia i dati Bce riportano un aumento di 16,8 miliardi di euro a marzo sui depositi, anche qui a fronte di una media mensile di 3,4 miliardi.

Giust’appunto cari confindustriali! Con questi chiari di luna siete ancora convinti di poter dare quel lavoro, pagare un reddito e, magari, pure investire quel che vi tocca?

Bene, dopo il colpo al cerchio, tocca alla botte: Sociologi, Antropologi pur’anche Filosofi voi che del lavoro avete redatto la “mitologia” potreste trovare il modo di render merito proprio a chi, con quel che fa, lo genera e lo remunera e rende ancor spendibili le vostre prediche?

Fino a riabilitare, magari, quell’esser prodighi e men che mai satolli dei Consumatori, non più vizio, magari convincendo la Politica a doverne rappresentarne la virtù!

Mauro Artibani, l’economaio

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MA QUALE PREGIUDIZIO ANT’IMPRESA


Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, non perde l’occasione di sbandierare il Libro Bianco con su scritto il voler trasformare l’Italia, entro il 2030, in un paese più efficiente e produttivo, con una migliore spesa pubblica e un piano per la riduzione del debito.

Ok, quando riuscirò ad averne copia, saprò cosa si vorrà fare per il Paese. Oddio, son curioso di saper pure cosa vorranno fare per la produttività delle proprie Ditte.

Per non farla troppo lunga prendiamo di petto, giust’appunto, l’efficienza e la produttività. Prima, nell’evo passato, le imprese, con la produttività, erano riuscite e fare il meglio, magari tagliando il costo del lavoro, rifilando a chi lavora redditi insufficienti per poter acquistare quanto veniva prodotto* ottenendo il disprezzabile risultato di finire in surplus produttivo; per riparare al danno si aggrapparono a tutte le asimmetrie informative** spendibili e alle politiche monetarie lasche per non far scendere i prezzi.

Ebbri ancor del credito del “produrre la ricchezza”, dimentichi come il fare merci sia, seppur condizione necessaria, nient’affatto sufficiente per generarla; sufficienza che, piaccia o meno, sta in carico alla spesa.

Permalosi pure: se dici ma…. sei ant’impresa.

Giacchè non lo sono, provoco: la pandemia spinge a rivedere i processi innescati dalla globalizzazione aprendo una questione grande così. Le catene globali del valore rischiano di venire squassate con gli annessi profitti degli affiliati alle filiere.

Già, proprio quel profitto che, nell’economia lineare ed aperta, remunerava il rischio d’impresa mentre, dentro quella circolare e continua, intrappola risorse sottraendole alla crescita.

Diamo un’occhiata. Dentro le filiere produttive si trovano ficcati il titolare del prodotto, i fornitori di materie e quelli dei materiali; chi fornisce i macchinari, i designer nonché quelli della pubblicità e quelli del marketing; ci stanno i fornitori di credito, pure quelli della logistica, giù fino ai commercianti, tutti in credito di rischio che, a compenso, reclamano il profitto.

Orbene, rischio per rischio, quale Impresa vuol correr quello, con la pandemia, di trovarsi costretto nelle catene di approvvigionamento del vecchio paesello che è tanto bello?

Ci siamo, l’ora batte. Un modo nuovo della produttività s’affaccia: quella interfattoriale. Per schivare la sorte del campanilismo di ritorno, tocca investire il profitto da rischio per remunerare chi, con la spesa, quel rischio lo abbatte.

Niente paura: nell’Economia dei Consumi, proprio dove l’esercizio dell’acquisto e della consumazione chiudono il cerchio, dando continuità al ciclo produttivo, viene sottratto rischio all’impresa.

Il remunero del rischio, riallocato per dare sostegno alla domanda, tiene attiva la funzione consumo; per i Produttori un investimento che rende efficiente la gestione dei fattori della produzione, garanti dell’utile d’impresa. Se viene a ridursi il prezzo delle merce si rende competitivo il prodotto; viene rifocillato il potere d’acquisto per poter avere ben più di quel-che-serve-per-vivere associando, insomma, l’acquirente alla „ditta“.

Già, solo con i consumatori, azionisti della filiera, le catene potranno compiutamente approvvigionare il valore sventando le “catenelle caserecce” che legherebbero chi, proprio nel globo interconnesso, trova il meglio tra i multifattori da aggregare, per confezionare al meglio ed esportare.

*I dati di Confcommercio lo certificano, tra il 1979 e il 2013 i redditi disponibili delle Famiglie ristagnano.

**Pubblicità, marketing, moda, credito al consumo, big data e…. chi più ne ha, più ne metta!

Mauro Artibani, l’economaio

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ERESIA, ALTRO CHE NUOVO NORMALE


Nell’intervento agli “Stati generali dell’Economia” il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha dedicato un passaggio all’incertezza riguardante la capacità delle politiche di sostegno, adottate nei diversi paesi, di influenzare la fiducia e i consumi delle famiglie e le aspettative e gli investimenti delle imprese. “Sarà assai difficile prevedere, in questa situazione, quante risorse saranno necessarie, come saranno impiegate e quale sarà il loro grado di efficacia. A un livello più profondo non sappiamo come e quanto l’esperienza della pandemia finirà per modificare i nostri comportamenti, le abitudini di consumo, l’allocazione del possibile aumento del risparmio precauzionale. Ci si chiede quali nuovi bisogni si affermeranno, quali consuetudini saranno definitivamente superate, quali saranno le conseguenze per l’organizzazione della società e dell’attività produttiva”.

Condivido Governatore la difficoltà che intravvede per, magari, ripristinare la normalità.

Ma…. sant’iddio quel normale che generava ricchezza con il debito, fatto da consumatori affrancati dal bisogno, che dovevano smaltire la sovraccapacità delle imprese?

Quel normale che, alla fine della fiera, ci ha portato alla stagnazione?

Ennò, quello no!

Solo le norme di dottrine scadute, che hanno consentito tutto questo, sono in grado di sperare in tal nuovo normale.

Dottrine scadute, ripetute a memoria: Tridico sfida la crisi dicendosi sicuro sarà vinta e che vedrà l’Istituto a fianco di chi fa impresa producendo lavoro e valore”; come pure il Colao del “Sicuramente l’impresa e il lavoro sono l’urgenza su cui intervenire per rilanciare l’economia”.

Non è normale, invece, pensare di spesare chi fa la spesa, quella spesa che fa crescere l’economia. Ma s’ha da fare.

Non è normale abbassare il prezzo delle merci, ancorchè sovraprodotte, per rifocillare la capacità di spesa e smaltire il magazzino. Ma s’ha da fare.

Non è normale rifocillare quella spesa che paga, con il prelievo fiscale, la spesa pubblica e con un resto che, investito, finanzia la spesa per gli investimenti delle imprese. Ma s’ha da fare.

Perchè, giova rammentarlo, la crescita si fa con la spesa, non con la produzione né con il lavoro; proprio quella spesa che, smaltendo il sovraprodotto, fa fare all’impresa nuova produzione e che genera pure il lavoro.

Si, insomma, per generare nuova ricchezza serve una nuova eresia non un nuovo normale!

Nell’Economia dei Consumi, è bene lo si rammenti, occorre esser prodighi per esser prosperi, prosperi per poter esser prodighi!

Giust’appunto, l’eresia; sta oltre quel normale che già nel 2019 aveva generato 1,7 milioni di famiglie in condizione di povertà assoluta; 4,6 milioni di individui non prosperi né prodighi. Figuriamoci domani.

Mauro Artibani, l’economaio

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APPUNTI PER GLI STATI GENERALI DELL’ECONOMIA; QUELLA DEI CONSUMI


A partire da venerdì, al capezzale dell’Economia, si stanno incontrando menti brillanti e rappresentanti di interesse; lì a rappresentare i tutti che della crescita dell’economia vivono e che dalla pandemia rischiano di dover penare la penuria.

La crescita economica, appunto, quella già sbilenca da tredici anni; quella che allora non fu vista arrivare da chi avrebbe dovuto scrutarla; che nel 2013 solo Confcommencio lesse: “i redditi delle famiglie italiane, 1032 mld di Euro, sono gli stessi del 1987” e quella dove, ancor oggi, i conti continuano a non tornare!

Chi, appunto, cerca oggi una visione per l’economia/post/pandemia, che non sia vanesia, deve rifarli questi conti perché quei redditi, che spesi fanno la crescita, saranno ancora meno. Molti meno.

Dunque se a dati e fatti tutti hanno fatto orecchie da mercante, i mercanti di denaro no; fino ad oggi hanno cucito e messo le pezze che si potevano mettere: il credito al consumo ha infatti segnato una crescita del 7,4%, sfiorando i 22 miliardi di euro, con una prevalenza di prestiti di importo inferiore ai 5.000 euro che costituiscono il 46% del totale.

Si continua a sperare, insomma, di poter generare ricchezza con il debito!

Nel mondo di debito ne girano 240.000 mld di $ con un Pil di 77.000 mld; figuriamoci quel che sarà dopo la pandemia.

Nell’accademia economica vi è chi, di questa ricchezza grama ha fatto teoria: “stagnazione secolare”. Altri, per mettere un’altra pezza, gridano quel solito refrain de “la spesa pubblica per generare lavoro e riattivare il ciclo”. Pezza, la cui efficacia sembra non trovare alcuna evidenza empirica; i denari per poterla fare, ancora meno.

Tutti insieme, insomma, brandendo quello scalcinato paradigma che attribuisce all’Impresa la generazione della ricchezza staranno al capezzale a rimirarsi; la Politica a rimirarli.

Paradigma peraltro già smentito dalla formula utilizzata per calcolare il Pil: la ricchezza viene generata con la spesa aggregata, non con la produzione nè con il lavoro; quella dei Consumatori ne fa i 2/3, gli altri aggregati solo il misero resto!

Vi è, insomma, più valore nell’esercizio del consumare che in quello del produrre.

Un imponente succedersi di quotidiane azioni  lo scolpisce: LA SPESA ATTRIBUISCE VALORE ALLE MERCI CHE, ACQUISTATE, SI TRASFORMANO IN RICCHEZZA; CONSUMATE SE NE DISPONE LA RI-PRODUZIONE.

SI GENERA COSI’ OCCUPAZIONE E LAVORO.

VIENE TENUTO ATTIVO IL CICLO, SI DA‘ SOSTANZA   ALLA CRESCITA ECONOMICA.

CON L’IVA PAGATA SI FINANZIA PARTE DELLA SPESA PUBBLICA; CON I RISPARMI, VIENE FINANZIATA LA SPESA PER GLI INVESTIMENTI DELLE IMPRESE.

Bene, nel tempo dell’Economia della Produzione, i Consumatori, nel far tutto questo trovavano compenso nel ristoro dato ai bisogni. A spesa fatta, pure il Capitale incassava compenso per il rischio corso; il Lavoro per la fatica impiegata. Buona la produttività dei fattori impiegati, buona la crescita.

Quando arriva il tempo dell’invece che cibarsi si ingrassa, si veste alla moda che passa di moda e per andare da qui a lì si acquista un Suv, i Consumatori mostrano di essersi affrancati dal bisogno; viene così ridotta la necessità di dover fare quella spesa. Le Imprese rischiano di avere capacità produttiva sovrabbondante; chi lavora avrà meno da lavorare.

Et voilà, si sta nell’Economia dei Consumi, là dove si è ridotta l’utilità marginale del dover fare la spesa facendo crescere l‘utilità della domanda d‘acquisto, per tenere la produttività del sistema, come pure la crescita.

Dunque, un sistema economico/produttivo che da lineare aperto si fa circolare e continuo; dove hanno più bisogno le Imprese di vendere che i Consumatori di acquistare, l‘indifferibilità della spesa diviene un “bisogno“ da soddisfare per poter far girare il ciclo e generare ricchezza!

Signori “rappresentanti”, se l’indifferibile “fattore consumo”, per la continuità del ciclo, attribuisce valore ad una domanda scarsa occorre poterne stimarne il prezzo; chi poi dovrà intascarlo, come e chi dovrà pagarlo.

Se prima nell’Economia della Produzione si lavorava per guadagnare, nell’Economia dei Consumi pure pandemizzata, deve  trovare ristoro economico l‘esercizio di consumazione per avere a sufficienza da spendere; un reddito di scopo, insomma, che integri l’insufficienza di quello incassato con il produrre!

Beh, se tanto può dar tanto, la Politica può/deve attrezzare l’ambiente normativo per un’economia resistente alle congiunture che la scrollano e poter dare finalmente a Cesare quel che è di Cesare.

Essì, tutta quella crescita fatta con la spesa non di bisogno, non dev’esser fatta a debito. Deve invece generare credito!

Si rende spendibile la proposta di Legge „dell’economia resistente“ per poter disporre di un mercato efficiente che sappia fare al meglio il prezzo; che disponga di allocare le risorse economiche generate dalla crescita per tenere adeguato quel potere d’acquisto che consente l’esercizio di ruolo dei diversi operatori della spesa aggregata.

L’adozione della Legge renderà, de facto, appetita la costituzione di quell’Azienda “Libero Mercato Spa” che capitalizzi onori ed oneri e, in punta di diritto societario, “offra a tutte le persone la possibilità di contribuire all’attività economica e di condividerne i benefici” per far sì che, quanto auspicato dall’Fmi, possa venire fatto.

La Politica, per caldeggiarne l’istituzione, deve farsi carico di attrezzare “norme di vantaggio” che ne rendano conveniente l’adozione. Affinchè il Mercato, quando non impallato dai meccanismi reflativi, sia in grado di poter fare il miglior prezzo tra le parti in causa remunerando la produttività di ciascun agente per migliorare la produttività del tutto (1) eliminando nel contempo la commissione di quel “reato economico” che avvelena le relazioni umane.

Ci sono Imprese che già lo fanno; hanno già attrezzato business pro crescita che consentono di far profitto se e quando, con l’acquisto delle loro merci, i Consumatori rifocillano il potere d’acquisto.

Funziona, rende!

Per far sì che l’appetito, per le altre Aziende, venga mangiando s’ha da tornare pure a metter mano agli attrezzi del mestiere della Politica; la leva fiscale per re-distribuire vantaggio agli aderenti la Spa, svantaggio ai renitenti.

Chi vorrà rappresentare queste istanze potrà intascare un cospicuo dividendo elettorale pagato da tutti i cesari del mondo e che farebbe tornare a crescere l’utilità marginale di una politica, altrimenti marginale.

Daje Signori, il tempo stringe. Queste “nuove opzioni” che fin ieri dovevano riparare il danno generato all‘economia da una stagnazione congenita, oggi possono farsi antidoto economico/produttivo affinchè la pandemia Covid19 non degeneri in quella della penuria.

Approposito, nel tempo poi della Green Economy si può addirittura strafare: estrarre reddito per rifocillare il potere d’acquisto dal valore dalla risorsa rifiuto/riciclo che, nell’economia circolare, sta nella proprietà dei Consumatori.

Beh, allora, W L’ECONOMIA CIRCOLARE

Dunque ok, se con Circular Economy si intende quel termine generico che  definisce un sistema  pensato per potersi rigenerare in autonomia.

Bene appunto poichè quell’impronta ecologica sempre più profonda, che lascia segni indelebili, sconquassa la Terra.

Nel 1976 in un rapporto presentato alla Commissione europea, dal titolo “The Potential for Substituting Manpower for Energy”, Walter Stahel e Genevieve Reday delinearono la visione di un’economia circolare e il suo impatto sulla creazione di posti di lavoro, risparmio di risorse e riduzione dei rifiuti.

Ci misero del tempo, quelli dell’UE, poi si convinsero. Fecero un piano strategico per il 2014/2020.

Veniva previsto il passaggio dall’economia lineare, basata sulla produzione di scarti, a quella circolare incentrata sul riuso e il riciclo.

Dunque, circolare, come l’Economia dei Consumi.

Quelli dell’Harvard Business Review daranno le indicazioni: “non si tratta di fare di più con meno, quanto fare di più con ciò di cui si dispone».

Bene, allora, pronti?

Via! Le Imprese devono riorganizzare la produzione per questo cambio di paradigma, i Consumatori devono invece reclamare.

Si, reclamare: “Se il rifiuto diventa una risorsa, noi ne siamo i titolari”: con il possesso dello scontrino del prezzo pagato; nel prelievo Iva sulla merce acquistata poi nell’averla consumata e con la Tari pagata!

Dopo il possesso, tocca alla strategia: lo scarto è la materia prima, l’impresa la trasforma in materiale, il mercato ne fa merce; venduta si guadagna. Consumer2Business!

Poi la tattica: con la gestione attiva della domanda selezioniamo gli acquisti compatibili, con il processo di consumazione ottimizziamo lo scarto, al mercato lo vendiamo; con il guadagno aumentiamo il potere d’acquisto, teniamo attivo un ciclo economico pure virtuoso.

Ottimo! Migliora la produttività del sistema, migliora pure il valore economico generato; una mano lava l’altra, tutte e due puliscono la terra!

Con la Ditta “Circular-E” viene accorciata la catena produttiva riducendo la dispersione del valore; perdono una posizione le Imprese, ne acquistano una i Consumatori.

Dopo tanta gloria, una domanda: e se, con la totale automazione dei processi di trasformazione, l’intera filiera produttiva diventasse per intero “cosa nostra”?

Si, Consumer2Consumer!

Bene, se non è vanagloria, in questa direzione sembra compiersi l’impresa: oltre la pandemia/tua/sua, con il Capitalismo dei Consumatori e senza dover cambiare gli assetti proprietari.

Ministro Gualtieri lei parla di dover fare… una specie di masterplan?

Si, le cose da poter inserire ci sono e tante; si, può fare!

(1) L’Intelligenza Artificiale consente di attrezzare dispositivi software/algoritmo che rendono possibile poter misurare, in tempo reale, il contributo produttivo fornito dai diversi fattori alla generazione della ricchezza: produzione, fatturato, magazzino e profitto; la produttività del Capitale impiegato, quella del Lavoro il merito del remunero, infine l’eventuale resto.

Si, quel resto che, in presenza di bip di sistema, segnalando un gap nell’out-put, deve poter remunerare il merito produttivo di quel fattore fin’ora non remunerato; quell’esercizio di consumazione che, attivato, tiene attivo il ciclo. Dunque, tocca render dinamico quell’altrimenti anchilosato, meccanismo di allocazione/riallocazione della ricchezza ai fattori, per misurarne l’azione produttiva e il prezzo di mercato.

Mauro Artibani, l’economaio

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W L’ECONOMIA CIRCOLARE


Dunque ok, se con Circular Economy si intende quel termine generico che  definisce un sistema  pensato per potersi rigenerare in autonomia.

Bene appunto poichè quell’impronta ecologica sempre più profonda, che lascia segni indelebili, sconquassa la Terra.

Nel 1976 in un rapporto presentato alla Commissione europea, dal titolo “The Potential for Substituting Manpower for Energy”, Walter Stahel e Genevieve Reday delinearono la visione di un’economia circolare e il suo impatto sulla creazione di posti di lavoro, risparmio di risorse e riduzione dei rifiuti.

Ci misero del tempo, quelli dell’UE, poi si convinsero. Fecero un piano strategico per il 2014/2020.

Veniva previsto il passaggio dall’economia lineare, basata sulla produzione di scarti, a quella circolare incentrata sul riuso e il riciclo.

Dunque, circolare, come l’Economia dei Consumi.

Quelli dell’Harvard Business Review daranno le indicazioni: “non si tratta di fare di più con meno, quanto fare di più con ciò di cui si dispone».

Bene, allora, pronti?

Via! Le Imprese devono riorganizzare la produzione per questo cambio di paradigma, i Consumatori devono invece reclamare.

Si, reclamare: “Se il rifiuto diventa una risorsa, noi ne siamo i titolari”: con il possesso dello scontrino del prezzo pagato; nel prelievo Iva sulla merce acquistata poi nell’averla consumata e con la Tari pagata!

Dopo il possesso, tocca alla strategia: lo scarto è la materia prima, l’impresa la trasforma in materiale, il mercato ne fa merce; venduta si guadagna. Consumer2Business!

Poi la tattica: con la gestione attiva della domanda selezioniamo gli acquisti compatibili, con il processo di consumazione ottimizziamo lo scarto, al mercato lo vendiamo; con il guadagno aumentiamo il potere d’acquisto, teniamo attivo un ciclo economico pure virtuoso.

Ottimo! Migliora la produttività del sistema, migliora pure il valore economico generato; una mano lava l’altra, tutte e due puliscono la terra!

Con la Ditta “Circular-E” viene accorciata la catena produttiva riducendo la dispersione del valore; perdono una posizione le Imprese, ne acquistano una i Consumatori.

Dopo tanta gloria, una domanda: e se, con la totale automazione dei processi di trasformazione, l’intera filiera produttiva diventasse per intero “cosa nostra”?

Si, Consumer2Consumer!

Bene, se non è vanagloria, in questa direzione sembra compiersi l’impresa: oltre la pandemia/tua/sua, con il Capitalismo dei Consumatori e senza dover cambiare gli assetti proprietari.

Mauro Artibani, l’economaio

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LIBERO MERCATO Spa


Un’ azienda pro-crescita che agisce de facto per tenere in equilibrio produzione e consumo, impiegando al meglio le risorse produttive degli addetti e l’adeguata allocazione delle risorse di reddito per sostenere la crescita e generare ricchezza.

Agenti economici vi agiscono con ruoli integrati per la produzione dell’offerta, la generazione della domanda, del commercio, dell’acquisto, fornendo distinto contributo a quella spesa aggregata che fa la crescita.

Il remunero degli operatori, che compensa quel diverso contributo, andrà speso nel circuito aziendale per rendere fluido e continuo il ciclo produttivo.

Giust’appunto, un marchingegno societario che disponga l’adeguata capitalizzazione degli azionisti mediante una diversa allocazione della ricchezza colà generata.

Qui quei Soci/Impresa che si sono all’uopo attrezzati per remunerare, ognun per sè, proprio il valore delle risorse scarse (Tempo, Attenzione, Ottimismo) che vengono impiegate nel quotidiano esercizio di consumazione presso le loro merci.

IKEA, quella multinazionale che commercia mobili con una Filosofia d’Impresa fatta apposta per chi spende: rinuncia a porzioni di profitto ottenendo un impareggiabile vantaggio competitivo e utili.

Vende mobili da montare, chi li acquista impiega TEMPO per il montaggio; ne ricava il prezzo più basso sul mercato per quel prodotto, che rifocilla il potere d’acquisto.

La TELEVISIONE COMMERCIALE e pure le FREE PRESS, quei quotidiani a costo zero, offerti agli angoli delle strade. Il loro “Core Business”, per fare utili, sta nell’ impiegare i palinsesti per conquistare prima e vendere poi la mia attenzione ai Pubblicitari, che la rivendono agli inserzionisti.

Ci sto. Presto l’ATTENZIONE. Con quelli della televisione ricavo informazione ed intrattenimento, 24/24, senza spendere il becco d’un quattrino. Con quelli dei giornali, notizie a costo zero. Un bel risparmio per il mio potere d’acquisto: 1,5 €x 365= 547€ l’anno.

GROUPON, GROUPALIA, LET’S BONUS ecc. Social shopping, aziende che fanno lauti guadagni intermediando tra un’offerta in eccesso e una domanda che comanda. I deboli, smerciando, ottengono di poter ridurre i costi della sovraccapacità; quelli Forti ottengono coupon d’acquisto per merci e servizi scontati fino all’80%. Il potere d’acquisto, si gonfia, l’OTTIMISMO trasale!

Gli OUTLET fanno affari nella città dei saldi, dove l’Industria sovraccapace smercia l’invenduto per recuperare margini di guadagno. Con gli sconti, salda il conto con il nostro ottimismo.

Avete una casa e/o un’auto poco utilizzate? Bene, AIRBNB, UBER, fanno profitto mettendo a disposizione piattaforme internet che consentono di trasformare i beni di consumo durevoli, posseduti e magari sottoutilizzati, in beni di investimento da mettere sul mercato. Guadagna l’offerente, risparmia il richiedente. Tutti e due rimpinguano il borsellino.

Bene, dopo averla fatta lunga ricapitolando, la faccio lapidaria:

Mauro Artibani

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COME L’ISTAT MISURA LA PENURIA


Quando ti alzi e sai di non esser più confinato in casa; quando insomma sembra fatta, arriva la stima preliminare dall’Istat: Ad aprile le persone in cerca di lavoro diminuiscono di 787.000 unità, con un calo in tutte le classi di età.

Cavolo! Strizzi gli occhi per leggere meglio: Il tasso di disoccupazione scende al 6,3%.

Accidenti! Eurostat segnala che, nello stesso mese, il tasso di disoccupazione della zona euro segna il 7,3%.

Quando, ringalluzzito, pensi di averla sfangata continui a leggere l’Istat: Generalizzata anche la crescita del numero di inattivi +746mila unità, con un tasso che si attesta al 38,1%. Le persone in cerca di lavoro calano in misura consistente anche nell’arco dei dodici mesi (-41,9%, pari a 1 milione 112mila unità), mentre aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+11,1%, pari a +1 milione 462mila).

Quando tiri la somma, t’accorgi che il tasso di disoccupazione, in soli due mesi, diminuisce di quasi tre punti percentuali; quello di inattività aumenta allo stesso modo e il tasso di occupazione va al 57,9%.

Brrrrr, i dati l’Istat li dà; tu che lavori li leggi e… cavolo ‘sti poveracci.

Macchè, poveracci, so’ inattivi ‘nfaranno gnente!

Essì, nell’Economia dei Consumi, inattivo viene considerato quel soggetto che, nel ciclo economico, non lavora per produrre né ha i denari per consumare; un tizio insomma che, per quel che non fa, non concorre a fare la crescita, né a generare lavoro, ancor meno a remunerarlo.

L’Istat, lo ha scovato ad aprile, nei mesi a venire verranno a mostrarsi ulteriori danni, con i poveracci che saranno ancor di più.

Ps: Ehi… che non vi sia un “dagli all’untore” però: sono il risultato della penuria.

Mauro Artibani, l’economaio

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SENZA DENARI PER LA SPESA NON PUOI RILANCIARE


Il piano di rilancio dell’economia, dopo la crisi del Covid-19, proposto dalla Commissione europea s’appella “Next Generation EU” e sosterrà con 750 miliardi di euro gli Stati membri. All’Italia possono andare fino a 81,807 miliardi di euro in sovvenzioni (“grants”) e circa 90,938 miliardi in prestiti, per un totale di finanziamenti pari a 172,745 miliardi di euro.

Con calma però, molta calma; se troverà applicazione, si pensa di renderlo attivo nel Gennaio 2021.

Il premier Conte ci pensa su, prende la palla al balzo, scuote l’albero della cuccagna e programma investimenti e misure per il rilancio del Paese.

Rilancia, dunque, sei punti:

  1. Siamo al lavoro per la modernizzazione del Paese. Introdurremo incentivi alla digitalizzazione, ai pagamenti elettronici e all’innovazione.
  2. Dobbiamo moltiplicare gli strumenti utili a rafforzare la capitalizzazione e il consolidamento delle imprese.
  3. Occorrono una decisa azione di rilancio degli investimenti pubblici e privati e una drastica riduzione della burocrazia.
  4. Occorre una graduale ma decisa transizione verso un’economia sostenibile, legata al green deal europeo
  5. Dobbiamo puntare su un grande investimento per il diritto allo studio e per l’innovazione dell’offerta formativa
  6. È necessario abbreviare i tempi della giustizia penale e della giustizia civile.

Dunque, non tutto ma .. di tutto pur di rilanciare.

In quel “non tutto” il Premier par dimentico di come alla crescita, dovendosi fare con la spesa non con la produzione, occorrano i denari per poterla fare. Bene, al dimentico toccherà rammentare come, già prima della pandemia, gli italiani avessero in tasca pressappoco gli stessi denari tenuti nell’85, come ebbe a dire Confcommercio, condannando il paese alla stagnazione.

PS  Premier, oggi nella pandemia di quei denari ce ne sono ancora meno; per il domani che spera, ed io con Lei, occorrerà rilanciare se la vogliamo fare ‘sta spesa!

Mauro Artibani, l’economaio

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RIPRESA A “V” UN CORNO


La crescita economica viene generata dalla spesa aggregata; quella fatta dai consumatori corrisponde a 2/3.

Il reddito disponibile delle famiglie italiane, nel 2013, torna ai livelli di 25 anni fa. L’Ufficio Studi di Confcommercio evidenzia che, in quello stesso anno, il reddito disponibile risultava pari a 1.032 miliardi di euro, rispetto ai 1.033 del 1988.

Tatatà, così si lascia il mondo “normale” della crescita zero, si entra in quello pandemizzato.

Qui dentro, non sapendo affatto qual santo pregare, si divina sulla forma della ripresa: V, U, L…?

Gli agnostici, meno interessati alla forma, guardano ad altro. Alla nuova allocazione della ricchezza per esempio che, in questi tre mesi si è di fatto realizzata. Toh, proprio in quell’Economia dei Consumi dove pur vige il detto: occorre esser prodighi per esser prosperi; prosperi, per esser prodighi!

Pensionati, dipendenti pubblici e, seppur con qualche acciacco, cassaintegrati dispongono pressappoco dello stesso portafoglio; i detentori del capitale, i professionisti, gli esercenti e gli artigiani lo hanno visto svuotarsi.

Se in questo mondo l’abbiente ha da esserci, per poter mostrare che ci sono, abbienti si sia!

Bene, gli abbienti di prima oggi non hanno; i non abbienti invece hanno: magari poco più della mera sussistenza la maggior parte dei pensionati, per gli “statali” poco più di quel che avevano un decennio fa, per i cassaintegrati poi, beh… fate voi.

Dunque, questi neo prodighi ce la faranno a generare quella prosperità che potrà consentire pure agli ex prosperi di poter tornare prodighi?

Nell’attesa della crescita post Covid-19, tra V, U, L… meglio forse X: si, l’incognita!

Mauro Artibani, l’economaio

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FARE… NON DEF ICERE


La maggioranza, nella bozza della risoluzione al DEF al voto nella Camera dei deputati, impegna il governo “ad agevolare gli investimenti orientati a promuovere un nuovo modello di sviluppo produttivo ed industriale, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitivo, orientato alla crescita, all’innovazione tecnologica e alla creazione di lavoro; a promuovere lo sviluppo del capitale umano”.

Tal generica disposizione d’animo, dei maggiorenti la maggioranza, fa voler bene ai suddetti.

Talmente bene che vien voglia di dare una mano: la proposizione principale sta nel voler “agevolare gli investimenti”? No, non si dica sia poco, di questi tempi… a poterlo fare.

Dunque, un nuovo modello di sviluppo produttivo ed industriale.

Modello che, per quanto nuovo potrà essere, dovrà – temo – ancor dover funzionare facendo la spesa per generare la ricchezza.

Bene investimenti allora, all’uopo orditi, per poterla fare!

Vorranno investire le Imprese se non avranno la certezza di poter vendere quel sovrappiù che proprio quegli investimenti avranno consentito di poter produrre?

Lo Stato, già indebitato oltre misura, potrà investire per migliorare la produttività generale del paese, ancor più privato dei ristori fiscali che incassa dallo scambio economico?

I Consumatori avranno da investire per fare la spesa, smaltire il prodotto, spronare le Imprese ad investire e, tenendo attivo il ciclo, pure lo Stato a fare lo stesso? Alfin… mi voglio rovinare, sempre con quella maledetta spesa, poter creare pure il lavoro poi remunerarlo?

Per quel che riguarda lo sviluppo del capitale umano, non scalmanatevi; tra i giovani ce n’è a sufficienza, per lo più sottoutilizzato e malpagato.

Mauro Artibani, l’economaio

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