LA GRANDE FAKE DELL’ECONOMIA


Si dice in giro che l’Impresa produca beni/servizi generando valore, che venduti si trasformano in ricchezza. Per questa via si genera occupazione, lavoro che quella ricchezza remunera; viene infine fornito ristoro ai bisogni della Gente.

Chi non crede che tutto questo corrisponda alla verità del sistema produttivo, alzi la mano!

Nessuno?

Et voilà, la fake news dell’economia a cui credono tutti.

Chi sono i creduloni:

gli Impresari, a loro conviene crederlo;

a chi lavora, perchè quello che intascano arriva dall’impresa;

ai Sindacati, che contrattano il quibus, per chi lavora, con le Imprese che hanno in tasca il malloppo;

alla Politica che, devendo redistribuire, sa chi ha intascato quel malloppo;

a Trump e Xi che ci credono e li aiutano a suon di dazi;

gli Economisti*, di ogni grado e risma, responsabili di aver messo in giro la fake.

Smontiamo la fake: l’automobile è un bene; di valore se ne ho bisogno e se ce ne sono poche in vendita. Un male, invece, se ce ne sono tante e io, già ristorato, ce l’ho. Invenduta arrigginisce, non genera ricchezza; non vi sarà chi dovrà lavorare per riprodurla.

Stessa cosa vale che so… per quel latte invenduto che caglia, per l’abito invenduto che passa di moda, per il giornale del giono dopo che incarta il pesce.

La diceria, nientepopodimenoche il paradigma dell’Economia della Produzione, non è stata sempre una fake; lo diventa pressappoco dopo il ’71, quando viene eliminata la convertibilità tra dollaro e oro.

Bene, per il tempo d’oggi c’è un’altra diceria non ancora detta, che attende ratifica; paradigma, questa, dell’Economia dei Consumi:

“La crescita si fa con la spesa, non con la produzione. Così viene generata ricchezza, quella ricchezza che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di ricchezza per remunerare chi, smaltendo fa riprodurre, creando lavoro e con la spesa lo remunera.”

Beh, fact checkers di tutto il mondo all’opera. Provate a smontarla!

Buon lavoro.

*Si dice vi siano tante Teorie economiche per quanti Economisti stanno in giro. Tutte diverse, tutte in contrasto. Un solo paradigma le associa tutte, propio quello della fake.

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TOH, DELL’ECONOMIA DEI CONSUMI, IL TRATTATO


“Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. All’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”.

Come sottrarsi all’impeto francescano?

No, non mi sottraggo: l’Economia della Produzione ha generato perlopiù ricchezza con il debito mentre quel Mercato, nato con l’eccedenza, proprio di eccedenze rischia di morire; quella dei Consumi manca ancora di un costrutto che tenga insieme le parti. Questo testo intende farsi carico di individuare le regole che rendano possibile fare il prezzo del Valore che sta nella nuova “Offerta”; buono per sanare il gap dell’out put.

Toh e magari, senza strafare, fare solo un “nuovo possibile”; raddrizzare le disequità nella distribuzione della ricchezza.

Ok, d’accordo, nelle prefazioni non la si fa troppo lunga per non fiaccare chi vuol leggere il resto.

La faccio breve quindi: slogan, per mettere pepe nella camomilla, come fanno quelli del Marketing.

No scusate, non ce la faccio, mi tocca premettere alla Premessa che dentro questo disfunzionante ciclo economico sta un vecchio anchilosato paradigma recitante la litania “le Imprese generano ricchezza …”.

In questo testo metto per iscritto la sua abiura; lo corroboro con dati e fatti, lo scandisco, al fin scopro le carte: per non continuare a barare, nel sistema della produzione, s’ha da cambiare l’ordine dei ruoli poi riattribuire oneri e onori. Niente paura, tra le parti in causa resteranno immutati i rapporti giuridici e quelli proprietari.

Per far questo, invece che usar ineffettuali teorie, trovo sostegno nelle evidenze empiriche.

Prendo a dire in vece degli economisti che dicono d’altro e dei politici che non sanno dire; da economaio, che studia l’Economia dei Consumi, ne faccio un Trattato. Magari solo i prolegomeni, non l’elegia.

Bene avevo minacciato slogan, mantengo la promessa; scrivo tweet a destra e a manca:

Con la spesa i Consumatori generano i 2/3 della ricchezza, agli altri il misero resto.

La crescita rende l’esercizio della spesa indifferibile.

I redditi, erogati dall’impresa a chi lavora, sono insufficienti ad acquistare quanto prodotto.

Occorre esser prodighi per esser prosperi; prosperi per mantenere la prosperità.

L’esercizio di consumazione deve potersi auto sostenere!

Sostenere questa spesa che genera lavoro e lo remunera, remunerando tutti!

Quando ancor oggi, a fronte di tutto questo, scorgo che i banchieri centrali si arrabbattano per spingere l’inflazione vicina all’obiettivo del 2%, falsando i prezzi, mi piglia un moto di stizza; prendo tutti ‘sti tweet, li stringo, ne estraggo un paradigma nuovo di zecca e glielo tiro: “La crescita si fa con la spesa. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa crea lavoro e lo remunera; remunerando tutti, pure quelli del capitale.”

Ufff, l’ho detto d’un fiato; chi vuole legga il resto piano, piano! 

Mauro Artibani, l’economaio

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LA LINGUA BATTE DOVE IL DENTE DUOLE


La lingua batte dove il dente duole.

Fuor di metafora, quella crescita che non cresce sbatte contro un debito che cresce, anzi dilaga.

La Penisola è terza al mondo anche per il peso del debito pubblico pro capite con €57.000 a parità di potere d’acquisto, dopo il Giappone (oltre 90mila dollari) e gli Usa (65mila circa), contro una media Ocse di €48.750.

E’ più che raddoppiato in 20 anni l’indebitamento delle famiglie italiane, passato dai 13mila euro del 1998 ai 27mila euro del 2018. Lo indica il Report del Fondo di prevenzione del sovraindebitamento e dell’usura, gestito da Adiconsum.

Se non basta ce n‘è ancora: Continua inarrestabile la crescita del debito globale. Nella prima metà dell’anno ha sfondato la soglia dei €227 mila miliardi di dollari.

Se non dovesse bastare lo evidenzia l’ultimo rapporto, pubblicato dall’International Institute of Finance, dal quale emerge che il debito globale è aumentato di €6,82 mila miliardi nei primi sei mesi del 2019. Per fine anno le attese sono per un ulteriore aumento, fino a €231,92 mila miliardi. A trainare la crescita, l’impennata dei debiti negli Stati Uniti e in Cina.

E le Imprese, si dirà?

Già, le Imprese , imprecano: Negli Usa,l’utilizzo della capacità degli impianti – che misura la produzione industriale rispetto al potenziale – è sceso di 0,8 punti percentuali al 76,7%, contro attese per un dato al 77%; il dato resta sotto la media di lungo termine del 79,8% registrata tra il 1972 e il 2017. Prima dell’ultima recessione, il dato era solitamente oltre l’80%.

Dal 2007 a oggi in Italia c’è stato un forte calo degli investimenti, con una perdita di oltre 907 miliardi nella dotazione di capitale. Lo ha sottolineato il vicedirettore generale dell’Abi, Gianfranco Torriero, secondo cui “gli investimenti sono ancora molto inferiori rispetto ai livelli precrisi”.

“Oggi, ha spiegato Torriero gli investimenti sono il 17% in meno rispetto al periodo precrisi, pari a -68,6 miliardi di euro nel confronto tra il 2019 e il 2007. Se si cumula la perdita segnata in ciascun anno, abbiamo -907 miliardi di minore dotazione di capitale in Italia”.

Amarus in fundo: Confesercenti commenta i dati sulla fiducia di imprese e famiglie diffusi oggi da Istat. La fiducia delle famiglie segna una pesante battuta d’arresto, un segnale negativo che potrebbe preludere ad un ulteriore indebolimento dei consumi, praticamente fermi, con l’incubo della recessione che torna a pesare sul futuro”.

Niente paura, la soluzione c’è. Arriva la créme dell’accademia economica, sbircia, confabula poi sentenzia: stagnazione secolare!

Ci risiamo, cento anni flat pur di non voler andare oltre quel che blatera quell’appassito paradigma che recita l‘Impresa generatrice di ricchezza…

Ennò, cavolo, tutti questi dati dicono d’altro: come la crescita si faccia con la spesa, e quando, mancano i denari per farla,  tocca farla a debito. Così quando se n‘è fatto troppo, faccio meno spesa; le imprese, allarmate, smettono di investire e paraponzi, ponzi, pò.

Indi percui poscia, per far tornar ad investire lor Signori e rimettere il debito, s’ha da trovare il modo di poter far fare quella spesa che smaltisce, riattivando il ciclo e creando la ricchezza che riduce quel debito; buono per sanare pure il gap dell’out put.

Ehi, per non dimenticare vi lascio, più che un promemoria, un paradigma nuovo di zecca che sostituisca quello vecchio: “La crescita si fa con la spesa;  quella dei Consumatori ne fa i 2/3. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa, remunera tutti; altro che far debito.”

Mauro Artibani, l’economaio

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IL LAVORO DI PRIMA E QUELLO DI POI


Il lavoro, nell’economia della produzione, produceva beni e servizi; merci insomma per dar ristoro ai bisogni. Chi lavorava, per il tempo e la perizia impiegati, riceveva un reddito che veniva speso per dare ristoro…. toh…ai bisogni.

Tanti i bisogni, tante le merci da produrre per soddisfarli.

Questo mirabile equilibrio mostrava il merito che verrà premiato da un reddito adeguato alla bisogna;  meriterà la settimana corta per prender fiato,  ferie per sgranchirsi, assistenza pubblica in caso di malattia, il gruzzolo del Tfr per rifocillarsi, la pensione infine per il meritato riposo.

Si fecero carico del tutto una Filosofia economica che aveva fatto, di quel “travaglio”, elegia. Una parte della politica e quella sindacale ne rappresentarono le istanze mentre, non scorto, con la produttività dell’esercizio reso rigenerava se stesso.

Bene, nell’economia dei consumi, sregolata dall’impiego di regole scadute, ci si attarda ancora a riconoscere se si sia prodotto troppo o si sia affrancati dal bisogno. Nel frattempo il lavoro, correo con il Capitale dello squilibrio, da solo ne paga il prezzo, con un reddito insufficiente per fare la spesa.

Sia come sia, un lavoro di tal fatta, privato di una taglia contrattuale da far valere, diventa incapace di riprodursi.  L’efficacia delle Teorie che lo hanno sostenuto vacillano; la Politica rincorre inefficaci slogan, il Sindacato vivacchia.

Così è se vi pare. Prima era funzione della produzione, oggi diventa dipendente dal consumo; solo così può ritrovare la sua riproduzione, il suo remunero.

Essì, se nel prima, il reddito da lavoro spesava la spesa e l’esercizio di consumazione trovava il compenso nel ristoro del bisogno, il rapporto produzione/consumo stava in equilibrio.

Nel poi, per riffe o per raffe, reso d’obbligo quell’esercizio di consumazione, ch’eppur collide proprio con l’affrancamento dal bisogno, deve trovare un più idoneo compenso per potersi riprodurre e far ri-produrre.

Un reddito di scopo insomma, che pareggi il conto di quello insufficiente generato dal lavoro; pagato per l’obbligo dell’esercizio, per l’impiego di risorse scarse e per il vantaggio che ricava il ciclo produttivo  con l’azione della “tiritera*”.

Okkei, signori dal fiato sul collo? Bene, se il prezzo è quello giusto, si vada oltre.

*La spesa trasforma la merce in ricchezza, la sua consumazione da spinta alla ri-produzione, genera lavoro e lo remunera; tiene attivo il ciclo produttivo, da sostanza alla crescita economica.

Mauro Artibani, l’economaio

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TRA GLI AGGREGATI C’E’ CHI CI MARCIA


Il presidente della Piccola Industria di Confindustria Carlo Robiglio, durante il Forum della Piccola Industria a Genova, ridice lo stradetto millantando un credito che più non hanno: “Lanciamo da questo luogo un accorato richiamo alla politica, con una richiesta di maggiore attenzione, maggiore vicinanza a chi crea ricchezza per il Paese, chi rende l’Italia un Paese vincente nel mondo”.

Non ancora pago, lo nega: “Dai primi calcoli con il nuovo codice della crisi di impresa l’intera platea di aziende interessate dalle procedure di ‘allerta’ in fase di prima applicazione oscillerà tra 25 e 30 mila. Com’è inevitabile, una parte di queste falliranno”.

Ma come… ma porcoggiuda, muoiono di ricchezza? Orsù, magari della sua cattiva allocazione!

Toh, facciamocelo dire da quelli dell’Ufficio studi della CGIA: “Rispetto al 2007 (anno pre-crisi) le famiglie italiane hanno ridotto i consumi per un importo pari a 21,5 miliardi di euro. L’anno scorso la spesa complessiva dei nuclei familiari del nostro Paese è stata pari a poco più di 1.000 miliardi di euro. Nonostante la contrazione, questa voce continua comunque ad essere la componente più importante del Pil nazionale, il 60,3 per cento del totale”.

Se insomma seppur con meno denaro le famiglie continuano a fare, in percentuale, la stessa spesa; qualcun’altro marca visita nel dover fare quel 39,3 che gli spetta, se la crescita non cresce!

Essì, la ricchezza viene generata dalla spesa aggregata, se non la fanno tutti gli aggregati per quel che spetta loro accade che….  Oltre quel che teme Robiglio, ci sono i conti fatti sempre dalla CGIA: la platea delle imprese artigiane e del piccolo commercio è scesa di numero. Tra il settembre 2009 e lo stesso mese di quest’anno le aziende/botteghe artigiane attive sono diminuite di 178.500 unità (-12,1 per cento) mentre lo stock dei piccoli negozi è sceso di quasi 29.500 unità (-3,8 per cento). Complessivamente, pertanto, abbiamo perso più di quasi 200 mila negozi di vicinato in 10 anni”

Brrrrrr!

Mauro Artibani, l’economaio

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UN PRRR… A QUEI GENERATORI DI BENESSERE


Il ritratto inedito degli anziani in Italia che emerge dal primo rapporto Censis-Tendercapital sulla Silver Economy: l’economia che ruota intorno agli over 65.

Si parte da un dato: negli ultimi dieci anni gli ultrasessantacinquenni sono aumentati di 1,8 milioni mentre la popolazione di under 34 è diminuita di 1,5 milioni. Numeri importanti; colpisce è il fatto che oggi gli anziani sono più ricchi del 13,5% rispetto alla media degli italiani, mentre i millenials sono al di sotto di oltre il 50%. Gli over 65 sembrano avere quindi un ruolo importante nell’economia, a partire da quello di “generatori di benessere”, come spiega il presidente del Censis Giuseppe De Rita. “Gli anziani sono più ricchi, hanno redditi particolarmente alti, hanno consumi particolarmente alti e hanno ricchezza patrimoniale”.

Toh, quegli over che comandano la Politica, l’Economia e la Tecnica hanno tutto; agli under i miseri resti!

Dopo però l’apologia dei sempiterni e dell’oggi, il domani, sarà ancor come l’oggi?

La metto giù senza farla troppo lunga: quando le giovani generazioni, a differenza di quelle che lo sono state, hanno in tasca a malapena quel-che-serve-per-vivere, non è jella!

Essipperchè, quando la Nazione si affida ai loro padri, quei de-ritiani generatori di benessere, si comprende perchè la crescita non cresca, anzi langua, pari pari alla produttività.

Giust’appunto  produttività improduttiva se di questi giovani, istruiti, vigorosi, “connessi” non impieghi il capitale umano e sociale che possono offrire al lavoro per migliorarne l’efficienza; se svuoti il portafoglio della loro “innata/incontenibile” capacità di far la spesa e resti appeso agli “arzilli” per quello che hanno fatto e che ancor possono fare.

Già, quando questo si mostra e chi comanda lo fa, si è colpevoli di stupidità economica, che l’accontentarsi di poter continuare a far le nozze con i fichi secchi tenendo fuori i figli dall’intero processo economico, non monda!

Non monda, anzi condanna, come il tentare di riparare al danno con la “paghetta” che, questi benestanti nonni e/o padri, sembrano misericordiosamente far sgocciolare ai malestanti nipoti e/o figli.

Mauro Artibani, l’economaio

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ANIMAL SPIRITS VERSO SOVRACCAPACITA’


Nell’economia della produzione, le virtù degli spiriti animali possono esser state garanti del produrre e generare ricchezza; nell’economia dei consumi, quelle invece di aver sovrapprodotto fino a depauperare quella stessa ricchezza.

No, non è tanto una virtù che si fa vizio: l’opposto. Sono i vecchi viziosi della spesa di prima a diventar oggi virtuosi.

Pizzico i fatti e ve li mostro: secondo Eurostat, nelle strutture alberghiere l’Italia conta 5 milioni di posti letto la cui occupazione media annua risulta del 46%; quanti, nel ristorante, hanno più tavoli apparecchiati che gente seduta, più lettini da massaggio che gente da massaggiare, più fornelli per cuocere che cibi da cucinare, più palloni da calciare che gente che calcia?

Quando poi si trovano in giro sconti del 60% sulle confezioni di profilattico, t’accorgi che si son stimati coiti in eccesso.

Tatatà, questa è la sovraccapacità bellezza! Qualcuno la prezza.

Essì, quando il mercato dis-funziona nasce Groupon. Si mette in mezzo tra chi ha capacità produttiva inutilizzata e chi ha un potere d’acquisto insufficiente; fa il prezzo dello squilibrio, guadagna facendo ridurre i costi al primo, rifocillando quel potere al secondo: è il mercato bellezza!

Fa questo dal Settembre del 2008 diventando leader nella gestione del potere d’acquisto collettivo, nel farlo incassa; a dicembre 2010 Google offre 6 miliardi di dollari per acquistare l’affare.

Mette a reddito per sè e per i “grouponer” l’indomito spirito d’altri.

Ehi, un momento, quel che appare esser manna è invece il mercato che fa il prezzo del non aver compreso quanto gli spiriti, questi maligni, di quei grouponer chiedano in più per poter fare, quel che spetta al loro esercizio di ruolo, nel tempo dei portafogli mosci.

Più di quel che da’ Groupon!

Niente paura, un Groupon sovraccapace deve di pù. Quel di più lo deve perchè come il “tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino” facendo business dell’altrui sovraccapacità, si rischia la propria; quando si hanno più Deal da smerciare che smerciati, quelli che restano valgono meno. Per sventarla, paga il prezzo: Deal con sconti fino al 70%, fatti già dai sovraccapaci, al quale sempre più spesso si aggiunge il “… fino al 30%” dell’incasso del Groupon sovraccapace.

Essì, quando il mercato funziona, del troppo fa il prezzo; quando è doppio, il prezzo raddoppia!

Groupon ci sta per continuare a potersi fregiare del marchio: “Azienda Pro-Crescita”.

Quando poi quel vizio va oltre l’occasione, fino a a farsi regola produttiva, i virtuosi della spesa son costretti ad attrezzare i soccorsi. Barter, il termine: MbsMedia, LogySystem e DigitalBarter sono le agenzie che fanno affari con la “pubblicità in cambio merce”.

Quelli di MM fanno i conti di quanto valga l’affare: “La diffusione del barter nel mondo è in costante ed esponenziale crescita. Dagli ultimi dati rilevati nel 2006 si può constatare che sono oltre 1.000.000 le aziende che utilizzano questa forma di business. Nei soli USA l’industria del barter rappresenta un giro di affari di oltre 808.42 miliardi di euro, equivalente al 2,9% dell’intero PIL nordamericano, con un incremento medio annuo degli scambi al 19% negli ultimi tre anni. In Italia il corporate barter ha incrementato il fatturato di oltre 2.700 imprese.”

Una montagna di miliardi, alla fiera del troppo negli Usa, un anno prima dell’inizio della crisi.

Sia come sia, gli espositori, pur qui, sovraccapaci di processo e/o di prodotto da una parte; dall’altra i proprietari dell’attenzione. In mezzo, chi per far business, ha bisogno di avere il comodato d’uso* dell’attenzione che serve a rendere efficace quella loro pubblicità per smerciare gli invenduti.

Ennò, nel tempo del “non esistono pasti gratis” e con la micragna che gira, quelli s’hanno da scomodare e pagare!

Ah già, il baratto non si paga con moneta, si scambia merce con merce poi, per salvaguardare il vantaggio dello smerciante sul mercato chiaro, le merci ricevute devono essere acquistate nei mercati grigi; negli adv store.

Bene, se il tutto non viene a configurare un’elusione fiscale si potrà fare: dateci un pass per passare a rifocillare la nostra altrimenti stressata attenzione; conviene a tutti, a noi di più.

Fermi tutti, manca un pezzo al puzzle perchè funzioni: nel budget 802.42 mld c’erano già nel 2006, un anno prima della crisi, figuriamoci tredici anni dopo. Di attenzione invece, per fare acquisti e pagare, ce n’è meno, molta meno.

Già, vale doppio. Vale per il barterista, come promessa d’efficacia della campagna pubblicitaria dei sovraccapaci ed avere in cambio la merce; vale poi per smaltire il magazzino dei Barter dove proprio quella merce si vende.

Dunque cocchi… se l’attenzione vale doppio non si può pagare, con gli spiccioli negli store dedicati, a malapena la metà; magari per poter continuare a dar coccarde a quegli immarcescibili “spiritati”! Si, proprio quando il rischio del suo sovrautilizzo non trova il “ricostituente” in un ristoro economico come si mostra nelle città, dove chiudono negozi, aprono adv, pur se ancora debbono dimostrare di riuscire a far profitti.

* Il contratto di comodato, previsto dall’articolo 1803 del codice civile, recita: “una parte consegna all’altra una cosa mobile o immobile, affinché se ne serva per un tempo o per un uso determinato, con l’obbligo di restituire la stessa cosa ricevuta”. Per non sbattere nelle approssimazioni, al tempo dell’immateriale, considerare l’attenzione de facto “una cosa”, per giunta di valore, può addirittura apparire un pleonasmo

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ECCO…. APPUNTI PER LA POLITICA, PER ESEMPIO


Quel che dice in un comunicato l’Fmi fa stringere le chiappe: l’economia mondiale paga prezzo; la crescita si fermerà al 3% nel 2019, lo 0,2% in meno rispetto a quanto previsto a luglio, e ai minimi dalla grande crisi del 2008-09. In termini di Pil quasi il 90% dei Paesi del mondo sta registrando una crescita rallentata; un vero e proprio rallentamento sincronizzato”.

Toh guarda, proprio quel Pil che si fa al mercato con la tiritera della spesa, dove chi ha prodotto deve poter vendere a chi, per poter acquistare, deve disporre della possibilità di farlo per generare, alla fine della fiera, ricchezza. Si è vero la tiritera può risultare, per il bisogno del singolo, indifferibile; quand’anche senza, la stessa indifferibilità resta un “bisogno del sistema” per poter funzionare!

Fiuuu… Dopo dodici anni dall’inizio della crisi, invece che uscirne si entra dentro un’altra.

La questione ineluttabile dell’indifferibile si mostra irrisolta. La Politica all’inizio non l’ha scorta, non ne ha gestito lo svolgimento, il domani poi…. figuriamoci! Con quelle ragioni fragili che si ritrova, hai voglia a riattivare la crescita.

Orbene l’Hdemia economica, con una parte almeno di quelle ragionicchie c’entra, eccome. Dovrebbe ripensare il suo pensiero e il dire: ce la farà o, peggio, vorrà farlo?

Alla Politica, potrebbe toccar fare una bella sedizione contro l’ordine economico da Lor propagandato, per abbeverarsi ad altre fonti, e far la parte che gli spetta.

La fonte del Mercato, per esempio, quando funziona disseta.

Funziona, se fa il miglior prezzo tra le parti in causa; se remunera , insomma, la produttività di ciascun agente per migliorare la produttività del tutto.

Beh, chi legifera può farlo mettendo mano finalmente all’adozione di quella “Legge per un’Economia Resistente” che all’art 3 dispone di allocare le risorse economiche generate dalla crescita per tenere adeguato quel potere d’acquisto che consente l’esercizio di ruolo dei diversi operatori della spesa aggregata.

L’art 4, lo conclama, l’atto di poter esercitare l’acquisto dispone una economia più resistente con adeguato beneficio per tutti gli agenti del ciclo.

L’adozione della Legge rende, de facto, appetita la costituzione di quell’Azienda “Libero Mercato Spa”* che capitalizza onori ed oneri e.. toh, anticipa in punta di diritto societario i desiderata di quelli di prima dell’Fmi che, tra le righe del comunicato, sibillinamente scrivono: “Offriremo a tutte le persone la possibilità di contribuire all’attività economica e di condividerne i benefici”.

Ehi, ci sono grandi Imprese che hanno già aderito attrezzando business pro crescita; funzionano, rendono!

Per far sì che l’appetito, per le altre, venga mangiando s’ha da metter mano agli attrezzi del mestiere della Politica; la leva fiscale per re-distribuire vantaggi agli aderenti, svantaggi ai renitenti.

Un modo per ri-leggittimare l’emolumento che gli “eletti” mettono in tasca, poi un vantaggio elettorale…. perchè cotanta sagacia potrà incontrare l’interesse di tutti. Tutti quelli che votano: la Gente e i loro interessi, concreti e materiali!

* Un’ azienda pro-crescita che agisce de facto per tenere in equilibrio produzione e consumo, impiegando al meglio le risorse produttive degli addetti e l’adeguata allocazione delle risorse di reddito per sostenere la crescita e generare ricchezza.

Agenti economici vi agiscono con ruoli integrati per la produzione dell’offerta, la generazione della domanda, del commercio, dell’acquisto, fornendo distinto contributo a quella spesa aggregata che fa la crescita.

Il remunero degli operatori, che compensa quel diverso contributo, andrà speso nel circuito aziendale per rendere fluido e continuo il ciclo produttivo.

Giust’appunto, un marchingegno societario che disponga l’adeguata capitalizzazione degli azionisti mediante una diversa allocazione della ricchezza colà generata.

Mauro Artibani, l’economaio

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