EHI DEL GOVERNO! LA SPESA GENERA LAVORO E LO REMUNERA.


Che sia stato raggiunto il picco del debito, lo grida lo spread e lo sussurrano quelle Agenzie che affibbiano rating.

Tu, tra l’aumento del costo e la diminuzione del grado di affidabilità nel rimborsarlo, magari imprechi.

Per ridurlo, invece, occorre aumentare la crescita economica. Nel rapporto debito/Pil sta la formula.

Orbene, questo Governo prova a farlo con una manovra, fatta prevalentemente in deficit, per aumentare quel Pil.

Già quel Pil che misura la ricchezza generata dal sistema economico, la misura così: spesa delle Imprese per gli investimenti fissi lordi + spesa pubblica + spesa al consumo = reddito.

Quelli che criticano la manovra dicono di un troppo delle risorse impiegate per spesa corrente, di un troppo poco per investimenti.

Diamo un’occhiata.

Beh, il Ministro Savona dice: “Attualmente nella manovra c’è un incremento degli investimenti pubblici dello 0,2% nel 2019, 0,3% nel 2020 e dello 0,4% nel 2021. Praticamente nulla.”

Poi, per rincuorare/rincuorarsi, aggiunge: “Ma ho ancora fiducia che riusciremo a farli. Possiamo crescere benissimo al 2-3 % se riusciamo ad attivare gli investimenti agendo su norme che non sono state fatte da questo governo (indi da quelli passati – ndr) ma che vanno modificate.”

Rincuorati?

Troppa, invece, la spesa corrente?

A lume di naso questo tipo di spesa corrisponde ai costi sostenuti dalla pubblica amministrazione per erogare servizi di pubblica utilità: costi per l’approvvigionamento, per la costituzione, quelli relativi all’erogazione; emm….costi per gli interessi passivi sul debito pregresso.

Beh, c’è spazio pure per le “prestazioni sociali”, quelle dove i governanti vorranno caricare la spesa a deficit per il sussidio di cittadinanza ai bisognosi e la riduzione del prelievo fiscale per i non bisognosi.

Già, ma qual è, allora, la soglia del “troppo” per la spesa pubblica corrente?

Pontifico: nel fare pure quella spesa che toccherebbe fare ad altri per il vantaggio che ne possono ricavare!

Se un reddito dato all’esser cittadino manca di ragione economica la si trova invece quando si spende.

Essipperchè se la crescita viene generata dalla spesa, non con la produzione nè con il lavoro, proprio quella spesa poi genera lavoro e lo remunera!

No, non vaneggio: con il fare la spesa pago e smaltisco così faccio nuovamente produrre; mi toccherà ri-lavorare e all’Impresa pagarmi con il guadagno di quel che ho speso e, con il capitale che gli resta, investire per ancor meglio ri-produrre dentro un ciclo reso attivo.

Lo scorge l’impresa il vantaggio della mia spesa?

Ben altro che investire approfittando di flat tax, all’uopo ordite, o far pagare a Pantalone un sussidio “cittadino” pur avendo già altro da dover sussidiare.

Già, un Pantalone liberato può, magari, spendersi nell’attrezzare un ambiente normativo che incentivi la nascita di Imprese che siano in grado di fare affari se e quando i consumatori con la spesa rifocillano il potere d’acquisto?

Ci sono, nel mondo, grandi Imprese che già lo fanno: rende!

Per il Governo, l’occasione di incamerare il vantaggio di poter percorrere la strada della disciplina fiscale senza affanni ed evitare quel dannato rating junk che spezzerebbe la schiena pure a quella spesa corrente indifferibile che fa ancora del nostro paese un paese civile!

Mauro Artibani, l’Economaio

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CAVOLO, BURBERRY BRUCIA TRENCH!


Ve lo giuro, sono esterefatto!

Essì, pensavo di averle scrutate tutte, di aver fatto i conti in tasca ai tutti quei sovrapproduttori seriali che stanno al mondo. Questa mi era sfuggita.

Burberry, lo scorso anno, ha bruciato capi e accessori firmati per un valore di oltre 28 milioni di sterline. La rivelazione shock si trova nel bilancio della casa di moda inglese, famosa per i suoi trench e oggi guidata dall’italiano Marco Gobbetti.

Come scrive il Times, a conti fatti, la cifra si potrebbe tradurre in 20mila dei suoi iconici trench andati in fumo e negli ultimi cinque anni sarebbero state distrutte merci per 100 milioni di euro. La distruzione degli stock in eccesso è una pratica iscritta a bilancio e molto diffusa nell’industria del lusso che decide così di mandare all’inceneritore una montagna di pezzi non venduti piuttosto che farli finire negli outlet o nel “mercato grigio”. Tutto per salvaguardare l’esclusività del marchio e impedire contraffazioni.

Questa volta non basta avere capacità produttiva inutilizzata; ennò, questa volta viene addirittura bruciata.

Ci risiamo, ancora una volta, l’economia dei consumi mostra impavida la sua faccia; quella tosta: l’eccesso di capacità produttiva!

Dunque vediamo: ci sono più trench in magazzino di quelli che hanno previsto di poter vendere.

Beh, tu, gestore dei fattori produttivi, avresti dovuto far meglio; chi ha lavorato a farli, ha fatto troppo; chi ha investito nell’Azienda ha impiegato male il capitale investito.

Bene, ficchiamo il naso dentro il bilancio della premiata ditta e sbirciamo tra i mille dati del conto economico: “Nell’esercizio, terminato il 31 marzo 2018, i ricavi hanno totalizzato 2,73 miliardi di sterline. Nello stesso anno il risparmio dei costi ha raggiunto i 64 milioni di sterline che diventeranno 120 milioni nel 2019. Il dividendo per gli azionisti invece è salito del 6% a 41,3 pence per azione.”

Stesso giorno, stessa ora della resa dei conti, tranquillizzati da questi numeri, gli investitori acquistato azioni Burberry alla Borsa di Londra: +4,2%.

Dai, bella no?

Dunque sterline per 2.730.000.000, ricavate dalla spesa fatta dai consumatori, vengono intascate dall’Impresa e, come s’usa, trasferite per remunerare quei fattori della produzione che…. per l’amordiddio, lasciamo stare!

Beh, che il taglio dei costi riduca pure il salario del lavoro svolto per fare quei troppi trench, ci può stare e quell’aumento di 41,3 pence del dividendo per azione a quelli del capitale che, in quei trench, ci hanno investito?

Un bel trasferimento non c’è che dire, che ridurrà ancor più il potere d’acquisto di quelli che i trench, pur di non farli bruciare, magari… potrebbero acquistarli!

C’è del marcio in Inghilterra o sta, più semplicemente, nell’inefficienza di questo meccanismo di trasferimento che, non potendo remunerare direttamente l’esercizio di consumazione, danneggia la produttività totale dei fattori produttivi?

Dunque, se gli eticisti additano inequivocabilmente l’intrallazzo morale, gli altri chi additeranno?

Il dito, la Luna o quel dannato paradigma che attribuisce, fuori tempo massimo, ancora all’impresa e non alla spesa la generazione della ricchezza?

Già, a meno che la lungimiranza di quella dirigenza, che non si gratta la panza, abbia già messo in conto altri falò, con i quali bruciare altra potenziale ricchezza.

Giust’appunto potenziale, poichè quella reale viene generata dalla spesa che, solo con l’acquisto, trasforma quei trench in denaro.

Mauro Artibani, l’Economaio

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TANTO CARA MI FU QUELLA SINISTRA


L’abitudine è quell’abito mentale che veste il consueto, non il nuovo.

Toh guarda giusto voi, nostalgici dell’Economia della Produzione, dove quelli del Capitale e gli altri del lavoro se le davano di santa ragione per poter intascare il meritato e i consumatori fuori dal ciclo a ristorar bisogni.

Beh, ancor’oggi cari miei quel consunto consueto vi veste e vi calza; nè vi scuote il fatto che quella stessa economia, dall’esser stata della produzione, si sia fatta dei consumi*; quel posto, insomma, dove hanno più bisogno i produttori di vendere chi i consumatori di acquistare .

Toh guarda questa mattina, anch’io, nel calzarmi mi sono accorto di avere un buco in una scarpa. Preso dal bisogno esco e ne acquisto due, nuove. Non tutti hanno le scarpe sfondate, chi ce le ha fa come me. Poi ci son quelli fedeli alla moda e se cambia le cambiano; ci sono pure i collezionisti, finanche quelli che le acquistano solo per sfizio.

Tutti si va in negozio, scegliamo, acquistiamo, paghiamo.

Efisio, capo dei calzaturai del calzaturificio “Frosi”, incassa, fa i conti; conta pure le scarpe ancora in magazzino; mette nel conto pure la fine della stagione che si avvicina, impreca.

Veniamo a noi, cari della vecchia Sinistra, agitate i neuroni e…. lo sentite l’acro odore di un bel conflitto tra Capitale e Lavoro?

Diamo un’occhiata. Quest’ Efisio impreca perchè, a conti fatti, ha mal gestito i fattori della produzione.

Fiuuuu, eppur ci aveva messo la capacità di imprendere ed il capitale e quelli che stanno con lui il lavoro.

Quando si accorge del danno, ci risiamo, taglia il costo di quel lavoro che ha sovrapprodotto, la solita storia insomma.

Si la solita, quella che pressappoco sembrano raccontar tutti: un’analisi del Centro Studi ImpresaLavoro, elaborando dati Eurostat, mostra come dal 2007 al 2017 gli italiani abbiano perduto l’8,4% del loro reddito pro capite, un calo pari a 2.400 euro a cittadino.

Ehi, c’è pane per i vostri denti e azzannar l’ingiustizia.

Calma e gesso. Quello Scarpantibus quando fa questo ha in testa un dilemma: “riduco la paga a quelli che hanno lavorato facendo troppo; riduco il costo del lavoro per abbassare i prezzi, migliorare la capacità competitiva e vendere quell’invenduto che altrimenti brucia risorse?”

Mentre ancor dilemma si accorge di come gli sia rimasto in tasca quella parte dell’incassato con cui remunera il capitale; massì, quel che gli tocca degli utili per la gestione dei fattori produttivi e la quota di profitto del rischio d’impresa.

Bene da dilemma a dilemma, il vostro: Efisio, che ha mal gestito i fattori della produzione, ci marcia o quel meccanismo “automatico” che trasferisce quanto incassato della spesa ai fattori produttivi, gli ha consentito di tenersi l’immeritato resto in tasca, malgré soi?

Un bel dilemma eh? Già, pure perchè così la produttività totale dei fattori collassa; si va a sbattere insomma!

La colpa dite?

Ecco si, la colpa.

Per generare la crescita economica, produrre e lavorare sono la condizione necessaria, niente affatto sufficiente se si è prodotto quell’invenduto che brucia risorse. La spesa si!

Quella dei consumatori ne fa i 2/3.

Nell’Economia dei Consumi, dove “la mia spesa è il vostro reddito” e la spesa di tutti è reddito per tutti, quel meccanismo di trasferimento misconosce questo ruolo.

Essipperchè, se per fare la crescita quest’esercizio di consumazione si rende indifferibile, questa indifferibilità reclama l’impiego di risorse produttive scarse: il tempo, l’attenzione, l’ottimismo.

Giust’appunto queste risorse produttive che proprio quell’invalido, attempato meccanismo non misura nè remunera.

Già, sapete di chi è figlio questo improvvido trasferimento? Il padre, quel vecchio paradigma che ha consagrato i Produttori come “generatori della ricchezza”; il Nonno, cantore di quell’economia della produzione, che ancora vi illude.

Bene, è tempo di lasciare il Novecento, farsi prossimi all’oggi. Oddio, quelli del PD ci hanno provato, si sono affacciati al nuovo millennio per scrutare, ancora scrutano.

Vi vedo scettici: ennò proprio quando tocca ripensare i modi della rappresentanza politica?

Già, proprio la Politica, per dirla con Guglielmo Minervini, dovrebbe cambiare attitudine di fronte alle cose da fare per governare i fatti: “non quante risorse stanziare, quante invece risorse attivare.”

Essipperchè, se per quelle da stanziare non v’è il becco d’un quattrino, quelle da attivare a guardar bene si possono scorgere dentro quel vecchio, farraginoso, iniquo meccanismo di trasferimento, giust’appunto!

Morite dalla voglia di redistribuire, magari attrezzando un adeguato ambiente normativo, alfin di esercitare il ruolo che vi spetta e meritare l’emolumento?

Bene, vi prendo in parola: Ricordate quel “Profitto” un tempo considerato illecito?

Beh, oggi è incongruo!

Si, questo remunero del rischio d’impresa, dentro un’economia dei consumi, circolare e continua, manca di ragione strumentale. Dentro questo circolo, quando tutti gli agenti economici dispongono dalle adeguate risorse produttive per fare quel che gli spetta, il sistema gira; girando, quel rischio viene abbattuto!

Ta ta tà: le scorgete le risorse da riallocare a quelli della spesa, perchè questo si renda possibile?

Okkio, sono le nicchie di profitto che vengono incassate in ciascun tratto delle filiere, più o meno lunghe, del sistema produttivo.

Dovete fare in fretta per non farvi eseutorare; ci sono, nel mondo, grandi Imprese che già lo fanno: rende!

Ehi, da buoni tutori del lavoro siete ancora scettici?

Bene, come intendere quell’obbligato esercizio di consumazione se non un lavoro che, agito, smaltisce quento prodotto e fa riprodurre attivando lavoro produttivo buono?

Essì, lavoro buono quello generato dalla spesa, fornito dall’Impresa e remunerato con i proventi di quella stessa spesa.

Approposito: potete, è vero, continuare a perseguire quella vostra abitudine che vi fa stare con i deboli; per poter far per loro però, ironia della sorte**, vi toccherà dover rappresentare le istanze invece di quelli della spesa, quelli forti.

Prosit!

*L’economia dei consumi prende il posto dell’economia della produzione quando l’offerta supera strutturalmente la domanda. Quando insomma, per fare la crescita si impone l’obbligo del consumare ben oltre il bisogno, si chiude un’epoca, si apre al nuovo.

** Quella sorte sociologica che vi ha descritto questi consumatori come “Gente prodiga e men che mai satolla.” Viziosi quindi, dimentichi di come propio questo vizio sia la virtù che fa crescere l’economia.

Mauro Artibani, l’Economaio

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IL BUON SENSO E’ ANDATO!


Se per non mostrarsi ci si sovrabbliglia o, pur di mostrarsi, ci si sottoabbliglia, beh è la sessuofobia bellezze cos’altro senno’?

Cos’altro?

Beh, quando vedo in giro gente che rischia di cadere dai tacchi 18 / in sovrappeso dentro fuson che certificano la cellulite sulle chiappe sovraesposte per i tanga / foderata in maglie striminzite a mostrar ciambelle / imbrattate in viso / multicolore il capo, ci sta pure altro.

Ehi, in tutto questo centra forse il buon senso?

Già, quell’antico “esercizio della ragion pratica” sembra non più appartenere al fare di tutti i giorni.

Nelle faccende della vita quotidiana se stare con il Burqa appare irragionevole, quel buon senso sembra essere trasceso da un altro senso.

Beh, nel mondo Islamico, dove quello religioso fa tutt’uno con il quotidiano, questo senso di vestimento sacrificale è parte del sacro.

Giust’appunto, lo stesso caro vecchio buon senso che, nell’Occidente secolarizzato, invece sembra essere migrato altrove.

Si, vabbè ma dove, nel “cattivo gusto”?

Macchè, di più, molto di più. Per comprenderlo ci si dovrebbe addentrare dentro considerazioni di natura sociologica; forse occorrerebbe lo Psicologo, fors’anche un Antropologo.

Beh, nel tempo dell’eclisse delle competenze, potrei arrabbattarmi e dire ma…. di una competenza dispongo, la uso.

Studio l’Economia dei Consumi, indipercuiposcia, guardo da qui.

Ve lo giuro, sarà un bel vedere. Essipperchè qui, in questo universo “senzaddio”, vige un assoluto: la Spesa!

Quella spesa; proprio quella che genera la ricchezza.

Si vabbè ma chi può credere a questo nuovo “Credo” quando alla vista sembrano esserci solo credini?

Calma e gesso. Se la ricchezza viene generata dalla spesa, per farla tutta, alfin di uscir dalla penuria, s’ha da acquistar tutto quel che è stato reso merce.

Per non offrire contrasto al mercimonio occorre non avere tra i piedi inciampi, limiti, misure; quel buon senso insomma.

Et voilà un nuovo senso per sostituire quello vecchio che faceva che so… scartare i pantaloni solo quando ormai strappati. Essì, oggi invece così si acquistano.

Tant’è, questo il prezzo pagato a quel buon senso andato!

Già, ma chi si è fatto generatore di significato per fornire di senso questa condizione prodiga?

Nel mondo abbiente non più le Religioni, ormai di nicchia, nè quei Filosofi ormai esiliati; quelli del Marketing e della pubblicità si.

A loro tocca, nel circuito circolare della produzione, tenere fluido il ciclo.Ai primi confezionare la domanda, ai secondi informare in ogni modo e ogni dove per l’acquisto. Ai consumatori, che per ruolo questo ciclo debbono tenerlo attivo, non resta che fare la spes; sensa se, sensa ma.

Essì, per generare la ricchezza qualche prezzo s’avrà pur da pagare!

Mauro Artibani, l’Economaio

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REI, DI QUEL TRASFERIMENTO MAL TRASFERITO


I robot sostituiranno presto il lavoro umano lasciando dietro di sé solo disoccupazione di massa?

Il timore è talmente diffuso che l’Università di Oxford prima lo studia poi avverte che il 47% dei posti di lavoro degli Stati Uniti è a rischio a causa robot e McKinsey & Company ne stima circa un terzo in pericolo.

Numeri incontrovertibili?

Beh, a riguardo si dice pure altro ma… a meno che non si speri nell’intervento dei neo luddisti questi dati stanno pericolosamente sopra le nostre teste: meno lavoro.

Già, quel lavoro che pur tocca fare per avere in tasca i denari per fare la spesa.

Giust’appunto, quella spesa per fare la crescita e generare ricchezza e che toh… rigenera il lavoro. Cos’altro sennò?

Non divaghiamo, torniamo a bomba: Mark Paul, autore del report del Roosevelt Institute “Don’t fear the Robots”, aggiunge pure altro: Negli Stati Uniti dal 1948 al 1973 la produttività è aumentata, soprattutto grazie all’innovazione, del 96,7%. Nello stesso periodo i salari orari sono cresciuti del 91,3%. Le cose cambiano dagli anni Settanta: dal 1973 al 2014 la produttività cresce del 72,2%, i salari orari solo del 9,2%.

Qui non c’è Ludd che tenga: stesso lavoro, meno reddito per poter fare quella solita spesa che tocca fare e che genera la ricchezza per tutti.

Dopo aver sbirciato i dati Paul commenta: la quota prodotta dagli incrementi di produttività è andata a remunerare sempre meno i lavoratori e sempre più profitti e rendite.

Poi si lancia in un’invettiva: “non esiste una legge economica che affermi come i lavoratori debbano perdere quando vengono introdotte innovazioni (…) Se il capitale oggi esercita più potere sul lavoro rispetto al passato è a causa di scelte politiche, non della tecnologia”.

Ci risiamo, dal luddismo al dir ludico basta un attimo.

Essiperchè la Politica, quella insipiente e attardata , la si può sempre tirare in ballo, magari suonando la vecchia litania dello scorno tra destra e sinistra; tra capitale e lavoro.

E se provassimo a mettere in campo altro?

Proviamo.

Dunque se lo sviluppo tecnologico sembra aver generato lo squilibrio, lo aggrava pure l’impiego di un anchilosato meccanismo di trasferimento della ricchezza.

Già, la ricchezza viene generata dalla spesa, intascata dall’impresa, viene poi trasferita per remunerare i fattori produttivi: capitale e lavoro.

Bene, se il lavoro viene a mancare per l’automazione dei processi e quello che resta risulta sotto pagato, al capitale resta in tasca buona parte di quel malloppo.

Ingiusto, stanno in conflitto d’interesse, dite?

Macchè, ancor di più, fallaci!

Dunque, la fallacia nel meccanismo si mostra quando quelli a cui viene a mancare il malloppo mancano alla spesa e quelli che ne hanno incassato troppo, pur dopo aver fatto la spesa, ne hanno ancora in tasca. Così, vista l’aria che tira, quel resto non lo usano manco per fare spesa per gli investimenti. Il mancato prelievo fiscale dai fattori contrae pure la spesa pubblica.

Rei tutti, insomma, di renitenza a quella spesa che, nell’economia dei consumi, configura grave illecito: la produttività totale dei fattori si riduce, si amplia invece il gap dell’output.

Beh, se questo andazzo fa predire, ai soliti ben informati, la “stagnazione secolare”, quelli ottimisti di maniera non vogliono perdere l’occasione di far salire quel debito/Pil* per surrogare la crescita.

Signori della Politica, si dico a voi, s’ha da cambiare per poter disporre di una economia resistente. Per farlo il meccanismo di traferimento delle risorge economiche, generate dal ciclo, dev’essere adeguato per potersi far carico di un remunero di scopo**, fin qui evaso, per rifocillare quell’esercizio di consumazione*** che altrimenti spende in deficit.

Esercizio che, proprio per fare la crescita economica, si è reso indifferibile: obbligato!

Farlo, magari costruendo un ambiente normativo adeguato alla bisogna, non di destra nè di sinistra e che faccia comodo agli elettori di entrambi. Per voi estensori, un corposo tornaconto elettorale con la benedizione di tutti.

*Secondo gli ultimi dati ripresi dall‘Institute of International Finance, nel primo trimestre 2018 il debito è salito di 8 mila miliardi di dollari superando i 247 mila miliardi di dollari, ovvero il 318% del Pil mondiale

**Nel mondo ci sono grandi Imprese che lo hanno adottato: rende!

*** Esercizio che, impiegando risorse scarse,Tempo/attenzione/Ottimismo trasforma con l’acquisto merci, altrimenti invendute, in ricchezza; consumandole fornisce l’input per far riprodurre, genera occupazione lavoro; fornisce continuità al ciclo e sostanza alla crescita. Con l’Iva pagata rifocilla parte della spesa pubblica; con i risparmi, la spesa per gli investimenti delle Imprese.

Mauro Artibani, l’Economaio

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IL CIBO, IL SATOLLO, IL PARADIGMA E LE BALLE


Gulp! Ogni anno, stima The Boston Consulting Group, nel mondo si buttano via circa 1,6 miliardi di tonnellate di cibo per un valore di 1.200 miliardi di dollari. Un terzo della produzione globale. Se accumulato, il cibo che finisce nella spazzatura occuperebbe un’area dieci volte più grande di Manhattan.

Et voilà, l’economia d’oggi sta in quel luogo geografico dove hanno più bisogno le Imprese di vendere che i Consumatori di acquistare, abitato da Aziende affette da congenita sovraccapacità produttiva e da Gente satolla ed affrancata dal bisogno.

Un posto dove, per rimediare a questo squilibrio, si insufflano anabolizzanti in grado di dar sostegno alla domanda.

Già, a cosa servirebbero altrimenti le politiche monetarie e quelle fiscali? E la moda? E l’usa e getta? E il credito al consumo? Finanche la pubblicità e il marketing?

Giust’appunto “atti” che danno sostegno alla spesa per non far scendere i prezzi.

Essì, tutto questo si mostra dentro i confini del mondo sviluppato dove ancora detta legge un vecchio paradigma: “le Imprese generano la ricchezza.”

Balle!

Si, balle perchè se nel produrre sta la condizione necessaria per generare quella ricchezza, risulta niente affatto sufficiente se quel produrre, divenuto merce, resta invenduto.

Frutta e verdura marciscono, la moda passa di moda; il latte in magazzino caglia, l’auto sul piazzale del concessionario arrugginisce. Altro che ricchezza, ci si impoverisce!

Non paghi della balla, fanno pure del Pil menzogna.

Essì, nel grande testo che misura la crescita, in copertina sta scritto Prodotto Interno Lordo: il valore di mercato di tutti i beni e servizi finali prodotti in un paese in un dato periodo di tempo.

Bella la balla no?

Essipperche nelle pagine interne, dove la ricchezza generata tocca misurarla, è un tutt’altro dire; qui si recita invece il consumo aggregato: Y = C + I + G + X . Altro che produzione.

Dove invece quella produzione figura, a mio avviso, in modo improprio nella variazione delle scorte*, tutto il resto è spesa. Sì spesa dove, quelli satolli di prima, ne fanno i 2/3; tutti gli altri – la spesa per gli investimenti delle Imprese e la spesa pubblica – solo il misero 1/3.

Ciò detto tocca andare oltre la dannazione di quel vecchio paradigma.

Essì, la crescita si fa con la spesa non con la produzione; così viene generata ricchezza e smaltito il prodotto. Ricchezza che viene incassata dalle Imprese e trasferita ai soggetti economici.

Un consiglio ai trasferenti: alla Gente, prima ancor d’esser satolla, tocca esser stata prodiga; ancor prima avere un’ adeguata parte di quel trasferimento in tasca da spendere.

Già, e tutti quegli sprechi di cibo?

Beh quei satolli, se adeguatamente remunerati, avranno tutto l’interesse a far domanda nuova, magari cercando proprio beni dei quali son digiuni.

Suvvia, fa bene a tutti: a chi produce, a chi lavora; pure ad un ambiente, magari così meno puzzolente.

*Scorte appunto, prodotte ma non ancora vendute.

Mauro Artibani, l’Economaio

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COSI’ TI SPACCHI I DENTI!


Non si arresta la crescita del debito mondiale. Secondo gli ultimi dati ripresi dall‘Institute of International Finance, nel primo trimestre 2018 il debito è salito di 8 mila miliardi di dollari superando i 247 mila miliardi di dollari, ovvero il 318% del Pil mondiale. Si tratta di un valore 30 mila miliardi di dollari superiore a quelli della fine del 2016.

Per gli analisti, i livelli raggiunti dal debito sono tali da rendere sempre piú grigie le prospettive future dell’economia. A questo proposito, lo scorso marzo Bill Gross aveva dichiarato che “il nostro sistema finanziario ad alto indebitamento è come un camion carico di nitroglicerina su una strada dissestata”. Una mossa sbagliata e tutta la faccenda potrebbe saltare in aria.

Preoccupazioni condivise dal Financial Times, secondo cui la politica monetaria globale è ora incastrata nella trappola del debito. Continuare sull’attuale percorso monetario è inefficace e pericoloso. Ma qualsiasi inversione comporta grandi rischi”.

Nitroglicerina? Grandi rischi? Vogliamo esagerare mettendo dentro magari pure l’arcano?

Si, quell’arcano che si scorge nel combinato disposto tra redditi insufficienti a far spesa per smaltire quanto prodotto e politiche di reflazione.

Quell’arcano che la Fed, così pure le altre Banche Centrali, hanno creduto di poter contrastare con politiche monetarie lasche, generando una massiccia inflazione degli asset finanziari nel tentativo di contrastare una deflazione dei prezzi dei beni.

Giust’appunto deflazione che invece avrebbe potuto rifocillare quel potere d’acquisto, buono per fare tutta la spesa necessaria a smaltire la sovraccapacità delle imprese che impalla il mercato.

Non è stato fatto. Mancherà il tempo per poterlo fare quando quelle Banche Centrali non avranno più scuse per continuare a “regalare denaro” che, preso, diventa debito.

Debito che costerà di più quando aumenterà il costo del denaro da restituire: brrrrrr!

Okkio! Quest’aumento già si scorge: ammonta a circa 104 miliardi di dollari la cifra complessiva che, nell’ultimo anno, gli americani hanno pagato tra commissoni e interessi sulle carte di credito.

La cifra comunicata dal sito web di finanza MagnifyMoney, che ha analizzato i dati della Federal Deposit Insurance Corporation fino a marzo 2018, mostra un aumento dell’11% su base annua  e del 35% negli ultimi cinque anni.

Già, non esistono pasti gratis, per nessuno: dieci punti base in più di Spread tra i rendimenti di Btp e Bund comportano un impatto negativo sul capitale di UniCredit di 137 milioni di euro pre-tasse e di 95 milioni post tasse.

Mauro Artibani, l’Economaio

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