VAI ALFIO E FACCI GUADAGNARE!


Alfio Bardolla, titolare dell’omonima Azienda quotata in Borsa, dice: “Se una persona guadagna 1.000 euro al mese è perché non vale più di 1.000 euro al mese.”

Beh non male Bardolla, non male, se si deve ancora intendendere il lavoro come un valore in sè.

Si, insomma, se aumenta la capacità produttiva inutilizzata delle Imprese, si riduce il valore del lavoro che ha concorso a generarle e quegli euro di ieri, oggi te li sogni!

Eggià, quando questo accade ci sarà un prezzo da pagare. Si riduce il valore di questo lavoro, indipercuiposcia, pure il salario che lo retribuisce e il gioco è fatto!

Ennò Alfio, si lavora alla produzione per guadagnare quello che, nel lavoro di consumazione, si deve spendere per per smaltire il prodotto e poter riprodurre. Giust’appunto, se si riduce il salario si riduce il potere d’acquisto; le imprese saranno ancor sovraccapaci, si riduce ancor più quel valore “insè” del lavoro e si finisce con lo star peggio di prima.

Bene, se tanto ci da’ tanto quando questo lavoro perde l’insè diventando, nell’economia dei consumi, funzione accessoria nel fornire reddito per l’esercizio di consumazione, quale sarà il suo valore?

Bella domanda eh?

Un momento, abbiamo Alfio il financial coach più famoso d’Italia. Dice di vendere la ricetta per far diventare ricchi migliaia di persone.

Beh, dia un’occhiata a quel che dicono altri nel mondo: In un futuro non molto lontano i consumatori saranno pagati per condividere i loro dati personali.

Non l’ho sognato, lo dice il presidente di una delle più grandi aziende pubblicitarie del mondo, Maurice Levy, l’ex amministratore delegato e ora presidente di Publicis Groupe, il terzo gruppo di comunicazione al mondo.

Eggià, il chairman del gigante pubblicitario francese da 15,8 miliardi di dollari, ha previsto che sempre più consumatori vorranno monetizzare i loro dati personali e una terza parte agirà da intermediario tra le aziende dei social media e i loro clienti.

Ci sono già alcune voci che circolano che stanno già parlando della monetizzazione. Dal mio punto di vista vedremo molti cambiamenti in futuro. So che alcuni governi non sono a favore, ma quando il consumatore dice c’è tutta questa ricchezza di informazioni che si sta utilizzando e l’unica cosa che sto ricevendo è un servizio gratuito. Ma stai ottenendo molto di più da me forse dovrei ottenere una parte di quel reddito. Beh, sono assolutamente convinto che questo sarà il futuro”.

Eia eia alalà, vai Alfio, non nel futuro, ci vuol troppo tempo. La cosa va cotta e mangiata, in fretta altrimenti va in fumo.

Già che ci sono le fornisco il promemoria di quel che si fa nel quotidiano lavoro di consumazione: Con la spesa trasformiamo le merci in ricchezza; consumandole le facciamo riprodurre, diamo continuità al ciclo, sostanza alla crescita economica.

Sono una carta di accredito senza pari, la faccia valere, potrà tirare sul prezzo!

Mauro Artibani, l’Economaio

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SI PUO’ STAR MEGLIO, NON SOLO PEGGIO!


C’era una volta mio Padre, un operaio di classe che, insieme ad altri lavorava per fare quelle merci che le imprese vendevano al mercato a chi ne aveva bisogno. Non erano molte, quel pregresso bisogno, con la spesa, le acquistava.

Pressappoco al tempo, la produttività totale dei fattori andava al massimo.

Poi quelle stesse Imprese migliorarono i processi, la qualità e la quantità dei prodotti e, memori dei consigli di Henry Ford, traferirono tanto/quanto della ricchezza intascata, generata dall’acquisto, nelle tasche di mio padre e a quelle dgli altri per far acquistare quanto prodotto.

Fiuuu, non c’era gap nell’output; l’efficienza dei fattori produttivi andò al massimo. Al massimo pure quel fattore nuovo di zecca, l’esercizio del bisogno, venne addirittura reso saturo.

Fin qui tutto bene.

Poi le Imprese, ebbre per cotanto fatto, produssero ancor di più, anzi troppo!

Quando se ne avvidero, per riparare al danno e ai costi impliciti della sovraccapacità, tagliarono i salari dei responsabili, poi il capitale per fare gli investimenti.

Dunque, quando il lavoro paga prezzo, con un portafoglio sgonfio e lo stomaco satollo, beh… fate voi!

Ta-ta-tà, la produttività totale dei fattori rischia il collasso.

Ehi, ad esser maligni viene in mente che, per riffe o per raffe, alle Imprese, traferendo la ricchezza generata ai fattori produttivi, resta in tasca gran parte del malloppo; a mio Padre le Cambiali. Da qui sembra potersi scorgere la coda lunga delle diseguaglianze d’oggi.

Ma tantè, anzi. Quando agli inizi degli anni settanta, con un tempismo sospetto, viene eliminata la convertibilità oro/moneta, ci si chiude il naso e si fa tutto a credito: si rimpinguano i portafogli, si spende ben oltre il bisogno, con il debito viene generata nuova ricchezza.

Si rabbercia la produttività dei fattori: nel mondo si tira avanti tra crisi, recessioni, riprese e stagnazioni sostenute da un dollaro sonante e tre di debito.

Cavolo, il sistema produttivo stava meglio quando si stava peggio; ancor peggio quando alcuni prevedono la stagnazione farsi secolare.

D’accordo, tutto questo si può dire alla Luna.

Beh, pure però ad una Politica fin qui impegata a dire, meno a fare, il da farsi magari per disporre un’ambiente normativo all’uopo attrezzato che rimuova questi dannati impacci.

Calma Signori, non è questione che pertiene alla consueta “redistribuzione” tra Capitale e Lavoro.

Questa volta si tratta di una quisquilia tecnica: Occorre aver da spendere per fare quella spesa che, smaltendo il prodotto, fa incassare per remunerare adeguatamente quel Capitale e quel Lavoro. Nell’Economia dei Consumi funziona così!

Dunque, occorre riallocare, nel trasferimento della ricchezza, parte del remunero dai vecchi fattori produttivi al fattore nuovo di consumazione; mettere, insomma, a reddito il maggior valore presente nell’esercizio del consumare rispetto a quello del produrre.

Da un Capitale che non trova conveniente investire e un Lavoro nella produzione – troppo spesso sparito/precario/sottopagato/disoccupato – che acchiappa basso reddito all’esercizio di consumazione, dove occorre aver a sufficienza da spendere per poterlo esercitare e generare nuova ricchezza.

Si dirà: ma in un’economia di mercato, tocca alle Imprese farlo?

Vero, nel mondo ci sono grandi Aziende che già lo fanno, rende!

Allo Politica tocca invece dar sprone, attrezzando un idoneo ambiente normativo, a quelle che nicchiano, efficace per tenere attivo il ciclo economico, migliorare la produttività totale dei fattori, poter rimettere il debito e vieppiù anche intascare un corposo credito elettorale.

Mauro Artibani, l’Economaio

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IL GAP DELL’OUTPUT E IL PIL FASULLO


Mi venga un colpo! Per abbattere il gap dell’output occorre adeguare il potere d’acquisto al fine di poter smaltire quanto si è prodotto, così viene riportato il meccanismo produttivo in equilibrio che, gira e rigira, genera tutta la ricchezza possibile.

Ennò! Quelli dell’Output gap working group*, una “Giuria” di giudiziosi che giudica ma non giura sul giudicato, non ci stanno.

Tra il lusco e il brusco li senti sussurrar: se tutti hanno venduto e tutti hanno acquistato non stiamo nel migliore dei mondi possibili. Essipperchè, così si acquista pure il vecchio, il malfatto, magari anche il più costoso. Così la voglia di migliorare la produttività e la capacità competitiva delle Imprese va a farsi friggere!

Okkei, siamo alle solite. D’accordo, non mi sottraggo, ho in casa i Led come tutti ma…. l’emozione del lume di candela, vuoi mettere… intriga e se smucinando nel borsellino trovo un soldino la voglio e quella cera la piglio.

Intriga al tempo dell’Ikea, che ha cambiato i connotati all’abitare, pure un mobile artigianale.

Intriga anche andare a cena “dar bugliaccaro” pure dopo quel McDonald’s che ha uniformato il mangiare.

Ehivoi del calcolo esoterico, che intendete misurare il divario della crescita, ce la farà il miglioramento produttivo a braccetto della competitività di quelle Imprese a tenere al massimo la produttività totale di capitale e lavoro dell’intero sistema, se restan fuori quelle merci invise a voi?

Orbene se, quel seduto su una sedia impagliata mangiando casereccio al lume di candela, sembra ledere l’assoluto “produttività/competitività”, mi tocca rammentare come non stia nella merce il valore ma nel lavorio, nei bisogni, nelle voglie, nelle emozioni e nelle passioni di Tizio; nel fare i conti poi tirar fuori il borsellino, infine spendere.

Giust’appunto, il valore non sta dentro la merce; sta invece nella soddisfazione di quelle “voglie”; nell’esser scarse e che quello stesso tizio disponga del denaro necessario per poterla acquistare. Valore, insomma, che si mostra solo nel gesto del prezzo pagato.

Altro che il valore della produzione potenziale; schiava del consumo potenziale che, suddito della spesa potenziale, subisce il ricatto del potere d’acquisto reale. Già, quel misero reale che resta in tasca quando le Imprese dopo aver strizzato il Clup,** riducendo il lavoro e/o il salario, trasferiscono la ricchezza, generata dalla spesa, per mal remunerare i fattori della produzione.

Bella no?

Dunque, care Vestali dell’output per ridurre quel gap e poter fare il “Pil massimo” non basta ben produrre, s’ha da fare ben la spesa; per farla tocca avere in tasca i denari sufficienti e, piaccia o meno, acquistare tutto quel che passa il convento, magari disponendo, alla bisogna, in portafoglio delle USUP. Si, quelle Unità di Spesa per Unità di Prodotto.

A meno che… non si voglia continuare a surrogare il Pil con il debito. Quello complessivo globale ha raggiunto 247 mila miliardi di dollari nel primo trimestre del 2018. Lo riporta l’Institute of International Finance, precisando nel suo Global Debt Monitor che l’incidenza dell’indebitamento totale rispetto al Pil globale ha raggiunto il 318%.

*Quelli che sul loro sito scrivono: “Il divario del PIL o l’output gap è la differenza tra output potenziale e output effettivo. La produzione potenziale è il livello di produzione che può essere raggiunto quando l’economia funziona a piena capacità e i fattori di produzione sono quindi utilizzati a livelli non inflazionistici.”

** Clup: costo del lavoro per unità di prodotto

Mauro Artibani, l’economaio

 

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IO, BEPPE e RENE’


Ciao Beppe, tu chiudi il pezzo così: Come diceva Renè Descartes, “se vuoi veramente conoscere la verità, almeno una volta nella vita devi dubitare, il più profondamente possibile, di tutte le cose”.

Bene, io da qui riparto.

Comincio dalle verità.

Renè, nel 17° secolo cambia i connotati all’uomo; con “l’io penso” lo affranca dal sovrannaturale, disincarnandolo, lo estrae pure dal naturale.

Posto fuori dalla natura, in quegli stessi anni, nella “pittura di paesaggio” la rimira; nella “natura morta” la saccheggia. “Illuminato” da quel pensiero, libero da impacci, raggiunge vette inesplorate.

Tu, con i tuoi “vaffa”, hai prima sgetolato una Politica negletta, appesa a politici da operetta, poi a sciabolate d’etica hai costruito l’alternativa. sei, con i tuoi sodali, la prima forza in Parlamento.

Io? Beh,studio l’Economia dei consumi, quella che gli accademici non scorgono e che le facoltà di Economia non insegnano. Dunque, da economaio, ancorchè amorale, anch’io ne ho una: La crescita si fa con la spesa, non con la produzione nè con il lavoro*. Così vengono generati i 2/3 di quella ricchezza che, intascata dall’impresa e trasferita, serve magari a mal pagare il capitale, il lavoro poi pure la previdenza, l’assistenza, la sicurezza, la difesa, l’istruzione…..; giust’appunto, tutto quel che non può farsi con la de-crescita.

Beh, dette le verita, tocca ai dubbi.

A Renè, che dal 1650 si è reso indisponibile, fischieranno le orecchie se, quel pensiero illuminato e disincarnato, sembra in parte responsabile di una Natura depredata al cui capezzale si lagnano gli eticisti d’ogni risma.

Tu, con i tuoi dubbi, dici: Questo sistema si è rotto, non funziona ma non avendone un altro migliore non ci resta che capire cosa non funziona. Io un’idea ce l’ho, il suo nome tecnico è “sortition”. Ma il suo nome comune è “selezione casuale.

L’idea è molto semplice: selezioniamo le persone a sorte e le mettiamo in Parlamento”.

Beppe, Dio/te/ne/renda/merito; io, da molti anni renitente al voto, ti vengo dietro.

Ehi ma per non cadere nella trappola del conflitto d’interessi, con questa sortition non smentisci pure quelli che hai concorso a far eleggere?

Beh, daltronde al dubbio si paga un prezzo!

Non pago specifichi: “la selezione dovrebbe essere equa e rappresentativa del Paese. Il 50% sarebbero donne. Molti sarebbero giovani, alcuni vecchi, altri ricchi, ma la maggior parte di loro sarebbe gente comune.

Ennò Beppe, sarà pure un eterogeneo microcosmo della società ma… con un comune obbligo di ruolo, quello di dover fare la tanto esecrata spesa per generare quella non esecrata ricchezza per tutti.

Tutti? Beh, qua il dubbio viene a me: ti avevo già detto come, quella ricchezza, generata appunto dalla spesa, dalle Imprese venga poi trasferita ai fattori della produzione: Capitale e Lavoro. Dunque, nella vecchia economia della produzione questo meccanismo di trasferimento sembrava funzionare; nell’attuale economia dei consumi, che non incorpora tra i fattori la funzione della spesa, no. Da’ a chi troppo ha per poter spendere tutto, poco a chi non ha da spendere.

Bene, nel dubbio, la vedi la possibilità?

Massì un Senato con Senatori a caso che, non a caso fan tutti la spesa, avranno una voglia plebiscitaria** di ristrutturare, magari a norma di legge, quest’aggeggio di traferimento inserendovi il remunero, proprio di quel fattore nuovo di zecca; buono per rifocillare il potere d’acquisto.

Quale potrà essere il dividendo che se ne può trarre, dici?

Beh, ad occhio e croce, due piccioni con una fava.

Il primo, un tornaconto***, adeguato alla bisogna che compensi il ruolo svolto per tenere in equilibrio il sistema economico/produttivo e attivo il ciclo.Ci sono, nel mondo, grandi Imprese che già lo fanno: rende!

Il secondo, per non perdere il suddetto tornaconto, nel trovare interesse alla responsabilità. Giust’appunto, se la Terra, malata, mette a rischio il futuro del nostro guadagno dobbiamo sventare questo rischio. Il modo: fare domanda di merci a basso impiego energetico ed eco-compatibili; pure quella di beni immateriali e di prodotti ignudi, svestiti dai packaging sfrontati.

E quando tutti in coro facciamo queste domande, beh, allora la domanda comanda e all’offerta toccherà ubbidire.

Eggià, questo s’ha da fare per la nostra cara amica: rassodare la capacità riproduttiva e ripristinare quella di smaltire i residui.

Glielo dici tu a Renè?

Prosit.

* Ad un’impresa e ad un lavoro sovraccapace questo accade: Un’ auto, prodotta ma non venduta, non è ricchezza, arruginisce; il latte invenduto dopo tre gioni caglia; con il giornale, rimasto in edicola, il giorno dopo si incarta il pesce!

** Non in conflitto di interesse, fanno per l’interesse di tutti.

*** Il tornaconto del potere d’acquisto sta al felino che caccia per mangiare come il reddito di cittadinanza sta al fellone che mangia la pappa e fa le fusa.

Mauro Artibani, l’amorale

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EHI, METTIAMO A REDDITO IL VALORE DEL CONSUMARE


La crescita economica si fa con la spesa aggregata, non con la produzione nè con il lavoro!

Quella fatta dai consumatori risulta pari ai 2/3 della spesa complessiva.

Bene, se questo devo fare per far crescere l’economia, ho pure l’obbligo di far valere il valore della mia spesa, intercettando tutte le occasioni di guadagno che, se aguzzo la vista, scorgo.

Un momento, c’è di più. Quando faccio la spesa metto in campo risorse scarse: il mio tempo, la mia attenzione, il mio ottimismo che aggiungono valore al valore.

Fiuuuu, si intravvedono alleanze di mercato, azioni mirate, opportunità per il “fai da te” che fanno guadagnare.

Tra le Imprese c’è chi fa business, per rispondere ai nuovi equilibri del mercato, con originali filosofie aziendali accettando le nuove regole del gioco, imparando a muoversi in mercati saturi.

Imprese che fanno affari se e quando i Consumatori, acquistando le loro merci, migliorano il potere d’acquisto.

C’è chi si mette in mezzo e intermedia tra domanda e offerta: Groupon & c, associano chi ha eccesso da smaltire e chi vuole risparmiare, migliorando il rendimento della spesa fino all’80%; lì dentro si possono fare affari d’oro.

In ogni angolo di strada si vendono le free press: si acquistano a costo zero.

Tanto vale la nostra attenzione alla loro pubblicità; non si spende, si risparmia. Questo risparmio si moltiplica per 365, i giorni dell’anno, si guadagna più o meno 547,5 euro e siamo pure informati.

Se si sposa la Ikea philosophy: ci guadagniamo. Vendono mobili da assemblare, li acquistiamo, li montiamo; ci viene retribuito il tempo per farlo. Si spende meno per l’acquisto, guadagnando il prezzo più basso sul mercato dell’arredamento.

I gestori degli Outlet hanno attrezzato spazi che fanno incontrare, chi ha i magazzini pieni di merce invenduta e chi pur volendo acquistare dispone di poco denaro per farlo. Dall’incontro tra uno svantaggio e un vantaggio si ottiene il prezzo più basso. Loro svuotano il magazzino, i Consumatori, migliorano il potere d’acquisto; il gestore fa affari.

Se si è proprietari di una casa poco usata o di un auto, troppo spesso in garage, con Airbnb e Uber, quei beni durevoli si possono trasformare in beni d’investimento. Ci guadagnano i gestori delle piattaforme internet, quelli che hanno fatto l’investimento e chi, con un prezzo contenuto, utilizza quei beni.

Visto Gente? Si può fare, restituisce credito al nostro credito, da sprone alla crescita economica; ancor di più, rende!

Mauro Artibani, l’Economaio

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LA REFLAZIONE E IL CONSUMATORE USA E GETTA


L’America di Trump sembra sempre più determinata a fare leva sulla condizione di importatore netto in cui si trovano gli Usa, usando il vasto mercato interno americano come una potente arma negoziale.

The Donald rilancia nell’escalation del conflitto sul commercio internazionale, con un ordine nel corso della notte, di imporre nuovi dazi per ulteriori 200 miliardi di dollari – il quadruplo della stretta precedente – su beni provenienti dalla Cina, se questa non dovesse desistere dai suoi propositi di rappresaglia sui precedenti dazi Usa.

Già, se con i dazi però si tenta di salvare le imprese di casa, decotte così come gli altrettato decotti posti di lavoro, si innesca pure un aumento dei prezzi che riducono il potere d’acquisto riducendo la capacità di spesa.

Toh, una bella inflazione implicita, insomma, per tentare di salvare capra e cavoli!

Ehi, c’è pure quella esplicita. Si, quel circa +2%, previsto dal mandato della Bce, che ridurrebbe di altrettanto il potere d’acquisto.

Bella no?

Il presidente della Bce, Mario Draghi, al forum delle banche centrali a Sintra in Portogallo, ligio al mandato dice che, per accompagnare la ripresa dell’inflazione in uno scenario economico caratterizzato da incertezze, “occorre che la politica monetaria nell’Eurozona rimanga Paziente, Persistente e Prudente”.

Già, 3P per far fronte alle incertezze.

Quali?

Con calma e gesso le enumera: “arrivano da tre fonti principali la minaccia di un aumento del protezionismo globale stimolato dall’imposizione di dazi su acciaio e alluminio da parte degli Stati Uniti, la crescita dei prezzi del petrolio innescata dai rischi politici in Medio Oriente e la possibilità di una persistenza della accresciuta volatilità del mercato finanziario”.

Dunque, da quanto detto, debbo supporre che esista un’inflazione buona ed una cattiva.

Vediamo: la prima, quella trumpiana, mira a dare una pennellata di “minio” alla ruggine di molta industria Usa, coprendo pure quelle inefficienze che non fanno scendere i prezzi, più o meno “Reflazione”; la seconda mira a spargere liquido monetario per dar sostegno alla domanda e pure qui, non far scendere i prezzi. Più o meno altrettanta Reflazione.

Indipercuiposcia, al mercato i prezzi truccati, le imprese sussidiate e quella produttività, fiaccata da un tal azardo morale, che fine farà?

Gia, proprio quella alla quale tutti appendono le speranze per veder risorgere il sol dell’avvenir dei redditi da lavoro!

Giust’appunto, proprio quelli con i quali i più fanno la spesa per fare i 2/3 della crescita economica.

Mauro Artibani, l’Economaio

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DALL’ILVA A FCA… TRALLALLERO, TRALLALLA’


Tante vertenze aziendali aperte mostrano come la crisi economica, dopo 11 anni, stia pesantemente lasciando segni sul tessuto produttivo nazionale.

Se s’ha da ragionare sui fatti, ragioniamo d’uno che fa più rumore e genera più dolore degli altri: l’Ilva.

Fa acciaio, materia prima, impiegata per fare moltissime merci che poi vanno al mercato a cercar domanda.

Prendiamo una filiera produttiva che ne utilizza molto, che su su porta all’automotive.

Personaggi ed interpreti: L’Ilva, poi tutti quelli che stanno in mezzo ad una filiera smisurata, infine l’auto, che sò….Fca.

I fatti: Per bocca di Marchionne, l’Ad, nell’automotive c’e un 30% di sovraccapacità. Fiuuuuu, ogni anno, nel mondo, potrebbero restare invendute 30 milioni di autovetture a fronte di 90 milioni di unità producibili.

840 milioni di tonnellate l’anno, il surplus di acciaio prodotto nel mondo. Il tasso di utilizzo degli impianti siderurgici a Gennaio scorso si aggirava attorno al 70%.

Da ultimo, tiro ad indovinare: pure tutti quelli in mezzo alla filiera non se la passano proprio bene.

Ci siamo?

No, manca ancora la chicca: Il reddito disponibile delle famiglie italiane nel 2013 torna ai livelli di 25 anni fa. l’Ufficio Studi di Confcommercio evidenzia che, in quello stesso anno, il reddito disponibile risultava pari a 1.032 miliardi di euro, rispetto ai 1.033 del 1988.

Eppur…

Si eppur l’ambiente, nel quale accade tutto questo, risulta saturo di politiche e tecniche di reflazione messe in campo per dar sostegno alla domanda, alterando in meccanismo di formazione dei prezzi per non farli scendere: le politiche monetarie espansive, il marketing per generare domanda, la pubblicità per vendere l’offerta, la riduzione del ciclo di vita dei prodotti, il credito al consumo.

Orbene, tutto questo visto e tutto quanto fatto, quelli di Unimpresa gridano: “Meno disoccupazione, compensata da una ‘fabbrica’ di lavoratori precari. Ora sono oltre 9,3 milioni gli italiani che non ce la fanno e sono a rischio povertà. Sempre più estesa l’area di disagio sociale che non accenna a restringersi. Dal 2016 al 2017 altre 128mila persone sono entrate nel bacino dei deboli in Italia. Si tratta di 9 milioni e 293 mila soggetti in difficoltà“.

Cavolaccio! Tocca rammentare a chi si ostina a non sentire come la ricchezza, generata con la crescita economica, si faccia con la spesa, non con la produzione nè con il lavoro!

Rammentare giust’appunto a lor Signori dell’Impresa che trasferiscono quella ricchezza remunerando il capitale e un lavoro sempre più precario che, se così si possono compensare parte dei costi generati dalla capacità produttiva inutilizzata, si scompensa ancor di più quel reddito necessario per fare quella benedetta spesa.

Essipperchè,se il reddito remunera il lavoro nella produzione, tocca averne adeguatamente guadagnato per poter svolgere l’altro lavoro, quello di consumazione che, oltre a generare la ricchezza, sottrae proprio quelle maledette sovraccapacità alle imprese chiudendo il cerchio e tenendo attivo il ciclo della produzione.

Essì Signori, per smaltire le vostre sovraccapacità, conviene tenere attivo il ciclo ma…, dal momento che ogni convenienza ha un costo di opportunità, toccherà mettersi le mani in tasca, come face a suo tempo Henry Ford, per prelevarne risorse, non dagli utili ma dal profitto. Già proprio da quel remunero del “rischio di ciclo”, intascato da tutte quelle imprese presenti nella filiera produttiva. Prelievo che verrebbe ad esser privo di ragione strumentale, da trasferire per rendere adeguato il potere d’acquisto alla bisogna. Ci sono nel mondo Aziende leader che lo fanno, rende!

Ehi della filiera, questa opzione non è un azzardo; altre, sono difficili da scorgere per salvare capra e cavoli.

Ps: Okkio, la Politica del “Cambiamento”, se vuol farlo, non solo dirlo, ha l’occasione di predisporre un ambiente normativo che possa agevolare quel traferimento. Ben oltre quello da fornire all’esser cittadino.

Mauro Artibani, l’Economaio

 

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