LA CRISI STA ANCORA IN MEZZO A NOI

Intervista apparsa sul sito “capire davvero la crisi”
Una cosa che sentiamo ripetere spesso nel dibattito politico quotidiano è il continuo ed incessante calo dei consumi da parte degli italiani.
Il crollo dei consumi sono una delle tante cause della stagnazione dell’economia nazionale. Proprio la ripresa della domanda sono considerati da Mauro Artibani la chiave di volta per imboccare la strada della ripresa economica. Autore di due libri sull’argomento, “Professione Consumatore” e “La domanda Comanda. Verso il capitalismo dei consumatori.”, Artibani ha posto al centro della sua tesi il ruolo attivo del consumatore come agente economico e come motore della crescita economica.
Abbiamo avuto il piacere d’intervistarlo.
Buongiorno sig.Artibani, lei si definisce un “Economaio”, ci parli di questo termine, perché “Economaio”?
Economaio perché non sono un’economista. Mi sono ritagliato uno spazio all’interno dei fenomeni dell’economia che è specifico, quello dell’economia dei consumi, quel sistema che gli accademici non studiano e che le facoltà di economia non insegnano. Questo mi pone in una condizione per certi aspetti particolare ed unica nel panorama, non sono un’economista e non voglio pormi come tale.
I suoi libri si concentrano sul ruolo diverso del consumatore rispetto a quello in cui viene inquadrato nelle diverse teorie economiche. Ci vuole spiegare che in che ruolo Lei inserisce il consumatore all’interno dell’economia? Lei lo definisce non più come agente passivo ma come motore per la ripresa economica …
L’economia dei consumi a differenza dell’economia della produzione che l’ha preceduta è un sistema circolare e continuo. L’economia dei consumi è quella condizione del sistema produttivo nel quale l’eccesso di offerta è diventato strutturale rispetto alla domanda. Quando accade questo, il consumatore non è più una variabile indipendente del meccanismo produttivo, ma diventa una variabile dipendente ed entra dentro il ciclo produttivo. Con l’acquisto trasforma il valore della merce in ricchezza, con il consumo del prodotto innesca la possibilità che l’impresa debba riprodurre viene data continuità al ciclo e sostanza alla crescita. Sostanza alla crescita che può essere misurata dal contributo che il consumo delle famiglie porta la Pil, il 60% della spesa che genera la crescita è determinato dagli acquisti delle famiglie, dai consumatori; il 40% resta ad altri soggetti economici. La crisi sta nel non consentire al consumatore di poter svolgere compiutamente quel ruolo perché è privo di quei redditi che servono per esercitarlo.
Questa sua teoria ha le sue radici in Von Mises che sosteneva: “I capitalisti, gli imprenditori e gli agricoltori sono come strumenti nella conduzione degli affari economici. Sono al timone e governano la nave. Ma non sono liberi di tracciare il suo corso. Non sono supremi, sono solo timonieri, tenuti ad obbedire incondizionatamente agli ordini del capitano. Il capitano è il consumatore.”
Ma non solo Von Mises, qui io mi discosto dagli economisti che solitamente parteggiano per una teoria rispetto ad un’altra, io “saccheggio” quel che dicono o hanno detto meglio gli economisti: dal ruolo del consumatore descritto da Von Mises, fino a Keynes che individua nel ruolo del consumatore il motore della crescita, anche se entrambi non traggono le adeguate conseguenze da queste loro intuizioni.
Come può tornare il consumatore a ricoprire il ruolo di motore della crescita? Lei usa una parola molto precisa, non redistribuzione ma ri-allocazione …
Io ritengo che la genesi della crisi può essere individuata in un fatto specifico. Il reddito erogato dalle imprese a chi lavora per esse per produrre merci, sono risultati insufficienti per smaltire quanto quel lavoro ha prodotto. Questo vuol dire che al consumatore manca lo strumento secondo per esercitare il suo ruolo, ovvero, manca un reddito adeguato a fare la spesa. Il primo strumento è la domanda, la funzione attiva del consumatore è gestire la domanda, cosa che al momento non riesce a fare, per insipienza forse o perché quella domanda è stata lasciata in comodato d’uso al marketing. Occorre che il consumatore si faccia scaltro e si riappropri della domanda per convenientemente gestire il suo ruolo. Quindi, i redditi sono insufficienti, eppur questi redditi ci sono: sono i profitti, gli utili, stipendi e salari; lo dimostra un Pil che misura la crescita in 1600 miliardi circa di reddito complessivo annuo. Se la crescita si fa con la spesa e la spesa dei consumatori fa il 60% di quella crescita e quella crescita genera reddito che serve per fare ulteriore nuova spesa occorre allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi con la spesa remunera. Occorre riallocare quei 1600 miliardi in maniera tale che ciascun agente economico, quindi anche i consumatori, possa disporre delle risorse per svolgere compiutamente il suo ruolo.
In parole povere devono rientrare mezzi finanziari nelle tasche dei consumatori per aumentare l’esercizio di spesa. Come e da chi dovrebbe arrivare questo remunero?
Ci sono 1600 miliardi che girano nelle tasche degli agenti economici, è quanto il Pil misura, evidentemente se ai consumatori viene a mancare il reddito per esercitare il proprio ruolo, qualcuno ha più remunero in tasca di quel che gli serve, è sperequato il remunero dell’esercizio di spesa. Ritengo che per ri-allocarli in maniera produttiva le imprese debbano contenere i prezzi. Viene eserctato così, di fatto, un aumento del potere d’acquisto dei consumatori.
Quindi non è un dare i soldi ai consumatori ma abbassare i prezzi, così i soldi che loro già possiedono equivalgano ad un maggior potere d’acquisto?
In questa maniera viene ri-allocata ricchezza. In qualche misura viene remunerato il lavoro di consumo. Se si abbassano i prezzi aumenta il mio potere d’acquisto, aumenta la capacità del reddito. Trova remunero il mio esercizio produttivo, quello di acquistare e trasformare le merci in ricchezza.
In questi giorni tanti esponenti politici e del mondo delle imprese come il Presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, stanno mettendo in guardia tutti dalla paura della deflazione. Come Lei sicuramente saprà la deflazione è la diminuzione generale del prezzo delle merci sul mercato, condivide questo loro timore?
La deflazione è un dispositivo del mercato efficiente, non è un anatema da scongiurare tutti i modi, serve a riequilibrare lo squilibrio di prezzo tra domanda ed offerta. Ci sono molte fobie tra i politici e gli economisti, si sostiene che se scendono i prezzi i consumatori non spenderanno con la speranza che un domani quei prezzi scendano ulteriormente, ma leggendo la situazione in controluce la deflazione si mostra non perché scendono i prezzi ma perché i redditi sono insufficienti a comprare le merci al loro prezzo standard. Non voglio auspicare la deflazione perché questa genererebbe fenomeni difficilmente controllabili in termini di debito, ma è comunque un dispositivo di un mercato efficiente, perché ristabilisce un equilibrio tra domanda ed offerta.
Un punto secondo me cruciale è il comportamento dei consumatori, perché è stato provato che i consumatori anche con maggiore disponibilità di spesa, con più potere d’acquisto, non traducono questa in spesa vera e propria, perché la mancanza di fiducia nell’attuale situazione economica generale li porta a risparmiare, in vista di possibili nuove tasse o nuove spese. Sono già state fatte in passato politiche per sostenere la domanda, ma senza successo proprio per questa mancanza di fiducia. Esiste quest’ostacolo psicologico, non crede che oltre che ri-allocare i mezzi bisognerebbe ri-allocare anche la fiducia nei consumatori?
Le rispondo nella forma di un Tweet. Valuto l’aspetto economico della fiducia dei consumatori, non quello psicologistico, i consumatori hanno bisogno di stabilità delle condizioni e la capacità di potergli fare fronte. Un reddito adeguato rende chiaro l’oggi e il domani. Quel reddito adeguato che rende continuo e progressivo l’esercizio del consumo e garantisce la crescita.
Le si potrebbe facilmente obbiettare che con l’attuale stato di precarietà di molti lavoratori italiani, la sicurezza del reddito adeguato e continuo nel tempo non possa esserci.
Si, ma questa è l’equazione classica per quanto riguarda i problemi dell’occupazione, occorre lavorare per avere reddito, ma questa vale per l’economia della produzione che è lineare ed aperta. Nell’economia dei consumi, che è circolare e chiusa, paradossalmente è il reddito che produce il lavoro e non il lavoro che produce il reddito. Il lavoro che produce il reddito ha prodotto un reddito insufficiente che blocca l’esercizio della spesa, blocca gli investimenti, la creazione dei posti di lavoro ecc… Bisogna guardare all’occupazione come al risultato della spesa all’interno del circuito circolare.
Le PMI italiane potrebbero avere problemi a mantenere i prezzi bassi perché non riuscirebbero a tenere il passo delle multinazionali che hanno maggiori capitali e le spalle più coperte per poter ammortizzare anche prezzi più bassi. Come potrebbero le PMI applicare la sua teoria senza vedersi mangiare il mercato da industrie più grandi?
Se non si vuole competere sul prezzo alle PMI tocca fare innovazione, innovazione e ancora innovazione, di processo e di prodotto, per intercettare sul mercato chi non bada a spese.
Ricorda la teoria del vantaggio comparato di David Ricardo …
Per certi versi si, ma bisogna considerare che molte di quelle PMI non forniscono prodotti finiti sono all’interno di una filiera che è più o meno lunga, quando parlo della ri-allocazione dei redditi, mi riferisco, nella fattispecie alla cassa delle imprese. Lì ci stanno ma non li investono perché hanno i magazzini pieni e sanno che non c’è una domanda adeguata. Bene, allora quei loro profitti se non vengono investiti per produrre devono essere investiti per smaltire il prodotto nei magazzini. Non è una ri-allocazione forzosa, è un investimento. In questa maniera si abbassano i prezzi, ci si rende competitivi sul mercato nazionale ed internazionale. Nei vari passaggi interni alla filiera ogni impresa prende profitto per remunerare il rischio d’impresa, i profitti da rischio d’impresa cumulati di ogni passaggio dovrebbero essere investiti per sostenere la domanda. Sostenuta la domanda si annulla il rishio d’impresa.
La classe politica cosa può fare in questo senso per sostenere la domanda favorendo la ri-allocazione dei profitti?
La classe politica deve capire che la ri-allocazione non ha nulla a che vedere con la redistribuzione o l’equità, il problema non è più quello novecentesco tra capitale e lavoro, il problema che si mostra è quello della dialettica tra produzione e consumo e tra questi due fattori non c’entra la ridistribuzione ma la allocazione delle risorse in modo tale che entrambi i soggetti, produttori e consumatori, possano esercitare compiutamente il ruolo che gli spetta all’interno del meccanismo produttivo.
E, occhio, non bisogna dimenticare che la crescita si fa con la spesa, non con la produzione, ne con il lavoro
Mario Grigoletti.
http://www.alibertieditore.it/?pubblicazione=la-domanda-comanda-verso-il-capitalismo-dei-consumatori-ben-oltre-la-crisi

 

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Informazioni su professionalconsumer

Sono Mauro Artibani, l'economaio. studioso dell’Economia dei Consumi, quella che gli accademici non scorgono, le Facoltà di Economia non insegnano. Da 15 anni sviluppo una ricerca al cui centro abita il “Professional Consumer” che sbircia, indaga e intravvede le regole per un capitalismo tutto nuovo. Autore del libro: PROFESSIONE CONSUMATORE Paoletti D´Isidori Capponi, Marzo 2009 Autore del libro: LA DOMANDA COMANDA: VERSO IL CAPITALISMO DEI CONSUMATORI, BEN OLTRE LA CRISI Autore del DECALOGO DEL PROFESSIONAL CONSUMER Ho in corso la redazione del “SILLABARIO DELL’ECONOMIA DEI CONSUMI” testo che riallinea le voci dell’economia al nuovo paradigma della produzione.
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