A CHE PUNTO E’ LA NOTTE?


a che punto è la notte

Già, la crisi iniziò dopo aver dato a soggetti con basso merito di credito, i sub prime, la possibilità, acquistando casa, di integrare il loro smilzo reddito per fare la spesa.

 

Geniale.

 

Il meccanismo: un contratto fondiario con dentro una postilla;“Rifinanziamento” si chiama, se cresce il valore dell’immobile acquistato consente di renderlo moneta. Se si fanno prestiti a tutti, Prime e Sub prime, tutti comprano casa; salgono i valori immobiliari, sale il prezzo.

 

Si torna in banca, si monetizza quell’aumento di valore; un bel effetto ricchezza, a debito però.

 

Un trucco, ecchè trucco, buono per fornire liquido monetario, buonissimo per spendere. Ha funzionato, ha fatto spendere e crescere il Pil, ma quando quel valore troppo in alto sal, cade sovente precipitevolissimevolmente.

 

Il meccanismo salta, inguaia tutto, prima di tutto la spesa.

 

Gli spenditori tornano a marcare visita, l’economia pure.

 

Altro giro, altra trovata: per dar sostegno ai prezzi si mettono in campo politiche monetarie ultra espansive in grado di fornire a tutti denaro a debito per fare la spesa.

 

Pure qui quando quel debito troppo in alto sal, cade sovente precipitevolissimevolmente.

 

Il credito diventa inattingibile; agli screditati viene a mancare pure la spesa e siamo a carte quarantotto.

 

Poi una parte di quel mondo, accortosi di cotanto debito generato da quelle politiche, ci pensa su e…austerity! Si. Tocca ridurre il disavanzo, riaggiustare i bilanci. Per farlo si va in recessione, indi ancor meno capacità di reddito, ancor meno capacità di fare la spesa.

 

Bene, oggi siamo qui ma non è finita. Per non farci mancare nulla leggete quanto dice l’ Istat su inflazione e classi di spesa dei nuclei familiari:

 

Tra il 2005 e il 2012 l’indice i prezzi al consumo per le famiglie con alta propensione al consumo e basso reddito disponibile sono aumentati del 20,2%, a fronte dell’incremento del 16,0% registrato per l’inflazione che ha pesato sulle famiglie con redditi più alti ma più bassa propensione al consumo.

 

Botte, corna e chitarra rotta insomma.

 

Ricapitoliamo: all’inizio furono i redditi erogati dalle imprese a chi lavora per produrre merci e servizi a mostrarsi insufficienti a smaltire quanto prodotto. Quelle tecniche e quei trucchi sono stati messi in campo per riparare quegli squilibri senza riuscirvi granchè. Oggi, quando pure l’inflazione fa brutti scherzi, si riduce ancor più la capacità di spesa per quegli già smilzi redditi: la misura è colma, la crisi ancor di più.

 

È tempo di guardare oltre.

 

Tra la brume di questa maledetta crisi risoluto e cangiante si mostra un paradigma, nuovo di zecca, in grado di riportare in equilibrio il sistema. Sta lì tra i fatti, occorre usarlo per riorganizzare proprio quei fatti.

 

Dice: La crescita si fa con la spesa; così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quel reddito per remunerare chi, con la spesa, remunera.

 

Prosit.

 

 

 

Mauro Artibani

 

Studioso dell’Economia dei Consumi

 

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LA CRISI STA NEL CONFLITTO TRA RISORSE PRODUTTIVE


conflitto risorse produttive

 

La crisi sta lì, incombe. Si cercano rimedi.

Ne raccapezzo uno: evitare di far confliggererisorse produttive, indispensabili all’efficienza del meccanismo economico.

Diamo un’ occhiata.

Nella gestione dei processi produttivi, l’attenta gestione del costo del lavoro rappresenta uno dei cardini attorno al quale gira l’efficienza dell’intero processo.

Contenere quel costo abbassa il prezzo dei beni prodotti, ne migliora la competitività, migliora la redditività dell’Impresa, migliora pure la capacità di spesa dell’acquirente: insomma, produttività a iosa.

Il 70% di quel costo viene generato proprio dal remunero del lavoro. Così, quando in Germania un lavoro su quattro risulta scarsamente retribuito e vengono erogati 7.300.000 “mini job” da 400 euro, vola la capacità competitiva delle loro merci.

Se tanto mi da’ tanto, come non far questo per migliorare la produttività del processo economico?

Altro giro, altra risorsa: il denaro come fattore produttivo a disposizione del sistema economico.

Eggià, nel sistema circolare, proprio dell’economia dei consumi, il meccanismo dello scambio occupa quel ganglio vitale che fornisce continuità al ciclo produttivo. Lì dentro il denaro lubrifica, rendendo fluide le transazioni tra domanda e offerta.

Per quelle transazioni, la sufficienza del denaro risulta la condizione indispensabile all’esercizio produttivo; quel reddito che spende fa il 60% della crescita.

Tutto bene?

Un cacchio: lo vedete il conflitto tra chi, per contenere il costo di salari e stipendi, ha reso insufficiente il denaro che spende e chi, senza quella sufficienza, manca di acquistare?

Questo gigantesco conflitto ha reso l’offerta in eccesso e la domanda in difetto.

Quando quelli di Confcommercio deliberano il crollo dei consumi, tornati ai livelli dell’anno 2000, e Giuseppe Vegas, presidente della Consob, dice che la propensione al risparmio delle famiglie italiane negli ultimi vent’anni si è ridotta di quasi due terzi e quei mini job si espandono in ogni dove, l’insufficienza del denaro si conclama, il meccanismo dello scambio si impalla, la crisi mostra.

Ma porc… eppure tenere basso il costo del denaro è cosa buona e giusta; buono e giusto risulta pure avere reddito sufficiente per smaltire quanto viene prodotto per generare ricchezza.

E allora?

Allora, per uscire dal guado, tocca andare in cerca di soccorso tra le vecchie conoscenze del sistema: Capitale e Lavoro, due risorse produttive che non fanno sconti, e risintonizzarle.

Quel Capitale, oggi inutilizzato per produrre, va investito per smaltire il già prodotto e poter domani nuovamente produrre.

Il Lavoro, di chi smaltisce il già prodotto per dare sostegno alla crescita, da remunerare magari proprio con quel capitale.

Toh! Un modo per rimettere in fase la produttività totale dei fattori epperchennò andare oltre la crisi.

 

Mauro Artibani, l’Economaio

www.professionalconsumer.wordpress.com

 

 

 

 

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FARE PIU’ EUROPA S.P.A.


europa spa

Fare più Europa. Lo dicono in molti, pochi fanno quel che s’ ha da fare per farla st’ Europa.

 

Già, ma come si fa?

 

Di questi tempi risulta tutto più difficile o forse, giacchè costretti, più facile.

 

Il gioco si fa duro quando nelle palestre della politica volano sberle tra chi, senza se-senza ma, afferma la crescita senza il debito (Germania & Co) e gli altri che si stanno organizzando, con i se e i ma alla bisogna, per far spuntare una qualunque crescita.

 

Tra chi insomma ha trovato il modo di crescere impiegando il debito degli altri e chi, per poter ridurre quel debito, ha smesso di crescere.

 

Personaggi ed interpreti: i primi producono più di quanto consumano, i secondi, al contrario, consumano più di quanto producono. Fin ieri i primi hanno fatto affari, con merci competitive vendendo ai secondi che, per acquistare, hanno fatto debiti.

 

Fin ieri appunto: nel 2007 il valore dei beni esportati dalla Germania è stato pari a 969 miliardi di euro, mentre quello dei beni importati è stato pari a 772.5 miliardi di euro.

 

Eppur importano dall’Europa il 72% delle merci mentre ne esportano il 65%.

 

E non finisce qui: a Marzo 2010 le esportazioni tedesche hanno segnato un +10,7% rispetto al mese precedente mentre le importazioni sono cresciute dell’11% su base mensile; il surplus commerciale si è allargato a 17,2 miliardi euro dai 12,7 di febbraio.

 

La spesa aggregata, per quelle merci, fatta oltre confine, insomma, vale più di quella fatta dentro il confine. Il rapporto nell’interscambio resta asimmetrico, gli squilibri nelle bilance commerciali lo mostrano.

 

Oggi, in mezzo alla crisi, quei grandissimi teutonici chiedono al resto d’Europa di ridurre il debito; questi, nel farlo, vanno in recessione.

 

Purtuttavia anch’ essi iniziano a fare i conti con la recessione: l’indice dei direttori d’acquisto oggi si contrae, Volkswagen riduce ricavi e utili, le vendite al dettaglio mostrano il segno meno.

 

Diminuzione della crescita, giust’appunto, come accade a molti altri europei. Sob!

 

Eggià, la recessione italiana da sola costa a Berlino sette miliardi in export.

 

Chi pensa di poter fare i conti senza l’oste sbaglia.

 

All’osteria, appunto, dove si mangia, si beve e l’amore si fa, poi si paga, alla romana però. Pagheranno tutti, ciascuno per quanto ha da vendere o da acquistare : le Imprese dovranno pagare la capacità di acquisto dei Consumatori e così poi poter vendere; per i Consumatori, venduta la capacità di spendere dovranno tornare ad acquistare. Toh, una Società per Azioni.

 

Eggià, il meccanismo economico-produttivo per funzionare ha bisogno di impiegare al meglio tutte le risorse produttive di cui dispone il mercato. Tocca mettere, insomma, tutti gli operatori che stanno dentro la domanda aggregata nella condizione di fare quanto gli spetta. I Consumatori europei per esempio, quando dispongono delle risorse adeguate, fanno il 60% della crescita; quando sono sottocapitalizzati, si fanno renitenti a spendere e sono cacchi, per tutti, ma proprio tutti.

 

 

 

Mauro Artibani

 

Studioso dell’Economia dei Consumi

 

www.professionalconsumer.wordpress.com

 

 

 

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GULP, E’ FINITO IL ’900


finisce il 900

 

La crisi continua a mordere, si cercano rimedi, non si cava un ragno dal buco.

Un momento. Il cambio di marcia stavolta viene da Torino, riguarda l’unità di intenti tra le parti sociali.

Giorgio Squinzi, solenne, volta pagina alla storia quando dice: «Nel momento più difficile della nostra Repubblica, abbiamo il dovere e la responsabilità di stringere un Patto dei Produttori».

Vi mette il carico da 11 ed un pizzico di retorica, il numero uno della Piccola Industria, Vincenzo Boccia: “Solo insieme si possono salvare le fabbriche che sono piazze di rivoluzionari silenziosi, di lavoratori e imprenditori che, con il loro lavoro di ogni giorno, difendono le libertà dei loro figli».

Essì Signori, finisce il ’900, finisce la cruda dialettica tra capitale e lavoro, quel braccio di ferro che ha squinternato il mondo dove sono state achittate ideologie economiche, quella Liberale e quella Socialista, per fornire ragioni ai contendenti; gruppi politici per rappresentarle: la destra e la sinistra.

Oggi viene dichiarata la pace; un patto di pace. Tutti sembrano crederci, il leader Uil Luigi Angeletti dice: ”E’ evidente, ormai, che imprese e sindacati devono agire concordemente per affrontare la crisi economica e occupazionale, per chiedere la riduzione delle tasse sul lavoro e dei costi della politica e per puntare allo sviluppo”. E Bonanni: «Il patto dei produttori si può fare». La Camusso nicchia. Solo Landini dice no: e te pareva!

Il Capitalismo dei Produttori, insomma, rinserra le fila non ci si divide, anzi: Produttori di tutto il mondo unitevi .

Orbene, perchè “classe operaia e padroni”, o meglio le loro rappresentanze istituzionali, vogliono oggi unirsi in un matrimonio fin ieri contronatura?

La crisi scopre l’arcano.

Questo il fatto: chi lavora al produrre viene mal retribuito per poter acquistare quanto prodotto; l’Impresa così ingolfata da un eccesso di capacità produttiva riduce il valore di quel lavoro ed ancor più il remunero; l’eccesso d ‘ offerta riduce pure i profitti però.

L’iperbole che si tenta, insomma, sta in un patto fatto tra chi mal retribuisce il lavoro e chi, con quel lavoro, produce l’eccesso. Gulp!

L’unione di due debolezze fanno una forza?

Tal produrre non genera ricchezza, il meccanismo dello scambio tra domanda e offerta risulta impallato.

Vicenda vecchia quella di un capitalismo che si rifà il trucco senza spostare di una virgola i problemi che lo attanagliano: vive di spesa, esclude chi spende; dentro sta chi produce, fuori chi consuma.

Si dirà: ma le persone sono le stesse!

Vero, Mario e tutti i Marii lavorano e consumano. Ma in Mario agiscono agenti economici diversi: debole quando produce, forte quando ha da consumare.

Con la spesa si genera reddito, il lavoro lo distribuisce; la spesa smaltisce il prodotto, per far riprodurre si crea occupazione, lavoro.

La Signora Bianchi ed il Signor Rossi avranno agio nel rivendicare d’esser Consumatori, altro che Produttori; d’esser, giust’appunto, quelli che fan crescere l’economia e presentare il conto per continuare a farlo.

Se in quest’oggi finisce il ’900 può iniziare risolutamente quel nuovo millennio, quello che va dal Capitalismo dei Produttori a quello dei Consumatori. Quello del nuovo paradigma: “ La crescita si fa con la spesa; così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quel reddito per remunerare chi, con la spesa, remunera.”

Quello che pure i Produttori dovranno sottoscrivere se vorranno continuare a fare quel che sanno fare.

Prosit.

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IL REMUNERO DEL LAVORO NON E’ SOLO UN COSTO


remunero costo lavoro

 

L’occupazione e’ la priorita’ ma le prospettive per la crescita e il mercato del lavoro preoccupano. (Gulp. ndr)

Lo afferma il Fondo Monetario Internazionale. Nel mondo ci sono 200 milioni di disoccupati, con il tasso disoccupazione fra i giovani allarmante in alcuni paesi. Il tasso di occupazione a livello globale e’ al 60%, ai minimi da due decenni.

60%? Porc…. Se la crescita si fa con la spesa e per fare quella spesa occorre disporre di reddito del quale non dispongono quei 60, cosi come non ne dispongono in maniera sufficiente gli altri 40 afflitti da lavoro precario, quelli inattivi disponibili a lavorare e i sottoccupati part-time, chi potrà fare la spesa? Senza andare troppo per il sottile, poi, occorre prendere atto che alla compressione dei redditi concorrono quegli stessi 60 che stanno lì a fare pressione sul mercato del lavoro.

C’è pure dell’altro: non potendo, per mestiere, le Imprese rinunciare al miglioramento della produttività dei fattori, spingono l’automazione dei processi così come spingono per la riduzione del costo del lavoro.

Tentare di erogare, nell’ingorgo di questi processi, il liquido monetario sufficiente a lubrificare il meccanismo dello scambio domanda/offerta risulta giust’appunto un’impresa.

Orbene, se il remunero del lavoro verrà considerato solo un costo da ridurre senza se, senza ma, si rischia di crippare.

Essipperchè, se la produttività misura la virtù dell’Impresa nel fare la migliore offerta al mercato, occorre poi disporre la vendita per intero di quanto offerto altrimenti vien fuori il vizio. Giust’appunto, se i redditi, erogati dalle Imprese a chi lavora per produrre merci, risultano insufficienti a smaltire quanto prodotto occorre acquistare la domanda non domandata, magari riducendo il prezzo di quei prodotti. Un modo per rifocillare il potere d’acquisto, proprio quello che spende.

Sorbole, si può tornare a competere, far risplendere la produttività dell’Impresa e magari pure crescere.

Questo, con il permesso di Lorsignori, s’ha da fare per far si che non accada più quel che l’Istat mostra: il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è diminuito nel 2012 del 2,1%.

Nel solo quarto trimestre il calo è stato dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti e del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2011. Tenuto conto dell’inflazione, il potere di acquisto delle famiglie consumatrici è sceso nel 2012 del 4,8%. Si è trattato del più forte calo da quando hanno avuto inizio le serie storiche, ovvero dal 1990.

 

Mauro Artibani

Studioso dell’Economia dei Consumi

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DI MALE IN PEGGIO


male e peggio

Su internet news a crepapelle.Prendo al volo un dato, poi un auspicio.

Il dato: nel rapporto del segretario generale dell’OCSE Angel Gurría, sugli aiuti offerti dai Paesi industrializzati a quelli poveri, si legge come complessivamente nel mondo l’aiuto allo sviluppo sia calato del 4% in termini reali nel 2012, dopo aver registrato già un calo del 2% nel 2011. Alla base della contrazione ci sono i continui tagli di bilancio dovuti alla crisi.

L’auspicio, invece, sta tutto nel sogno della Banca mondiale: chi la governa ha l’obiettivo di eliminare l’estrema povertà nel mondo entro il 2030. Lo ha annunciato ieri il presidente dell’istituto, Jim Yong Kim, durante il suo discorso all’università di Georgetown.

Un’agenda ambiziosa che prevede di aumentare i redditi dei più poveri. Dice. “Siamo in un momento propizio della storia in cui i successi degli ultimi decenni e le prospettive economiche sempre più favorevoli si combinano per dare ai paesi in via di sviluppo la possibilità, per la prima volta in assoluto, di porre fine alla povertà estrema entro una generazione”.

Tra i fatti e gli auspici però i conti non tornano.

Se i paesi ricchi riducono i contributi, c’è di mezzo la crisi. Già, la crisi, quella dell’incapacità di fare la spesa, ovvero, dell’impoverimento degli spenditori.

Se non si spende non si cresce.

Si ridurranno le entrate tributarie dalle quali si attinge per pagare quei contributi e senza contributi i poveri resteranno poveri.

C’è pure dell’altro però, un altro ritornello: se l’occidente impoverisce spende ancor meno, verranno prodotte meno merci, occorreranno meno materie prime, magari alimentari, proprio quelle che esportano i paesi poveri.

Ahinoi, di male in peggio!

Che dire, auspicio per auspicio, spero abbia ragione Jim Yong Kim e torto marcio io.

Cacchio-cacchio-cacchio, non c’è auspicio che tenga, Morya Longo dalle pagine de “ Il sole 24 ore” ci mostra come, seppur si rischi di affogare nella liquidità mondiale che ha inondato il mondo ( 54.000 miliardi di $, il 77% del Pil mondiale), per tutta risposta gli spenditori non riescono ad abbeverarsi, a tal liquido monetario, dei quattrini necessari per far quel che gli spetta: far crescere l’economia di tutti, per tutti.

 

Mauro Artibani

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DALLA QUARESIMA ALLA PASQUA


pasqua quaresima

Toh, una Flessione dello 0,5 per cento su base mensile per le vendite al dettaglio in Italia a gennaio. I dati Istat evidenziano che nella media del trimestre novembre-gennaio 2013 l’indice è diminuito dello 0,8% rispetto ai tre mesi precedenti. Nel confronto con dicembre 2012, diminuiscono sia le vendite dei prodotti alimentari -0,6% sia quelle dei prodotti non alimentari -0,4%.

Le vendite al dettaglio, ovvero la spesa dei Consumatori, non vanno.

L’indice destagionalizzato della produzione nelle costruzioni, a gennaio, e’ diminuito, rispetto a dicembre 2012, dell’1,4%. Lo annuncia ancora l’Istat. Nella media del trimestre novembre-gennaio l’indice ha registrato una flessione del 6,3% rispetto al trimestre precedente.

Quegli stessi Consumatori, insomma, acquistano meno immobili.

Eppoi, un nuovo tonfo per il fatturato e per gli ordinativi dell’industria italiana in gennaio, con tassi che mostrano, su base annua, rispettivamente un calo del 3,4% (destagionalizzato) e del 3,3% (dato grezzo).

Cosa cacchio sta succedendo?

Ce lo dice la Commissione Ue nel suo rapporto su occupazione e situazione sociale nell’Unione: in Italia la crescita delle famiglie con disagi economici è stata di oltre il 15%. A livello di Ue, precisa Bruxelles, lo stress finanziario “colpisce quasi una famiglia su quattro a basso reddito e ha continuato a salire negli ultimi mesi”.

Non c’è trippa per gatti insomma. Quando il disagio economico si mostra, se non si smette di fare acquisti si fanno però più ponderati. Si, insomma, se prima si era prodighi, ora tocca farsi temperanti: ridurre la spesa per migliorare la redditività del redditto.

Massì, una bella Spending Review!

Si legge della flessione dello 0,6 degli alimentari, tra questi i discount con il fatturato in riduzione; si vendono molte meno auto, poche case, ancor meno abbigliamento. Meno meno meno, insomma fa meno Pil.

Essipperchè non si acquista, si riduce la spesa proprio quella che fa il Pil e se di quella spesa privata, che fa il 60% del Pil, se ne fa meno, che so… il 54, sono dolori: alla crescita potenziale di 1600 miliardi di € ne vengono a mancare 96.

Se quella crescita non cresce, non cresce l’occupazione, manco i redditi, meno entrate fiscali e per l’amordiddio mi fermo qui.

Che dire… ad occhio e croce da questo periodo di penitenza si può uscire; si può andare dai singhiozzi quaresimali ai cinguettii pasquali.

Giust’appunto un tweet: La crescita si fa con la spesa; così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quel reddito per remunerare chi, con la spesa, remunera.

 

Mauro Artibani

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SISSIGNORI, QUEL LUSSO COSTA CARO


lusso costa caro

 

Facciamo finta che i redditi disponibili siano insufficienti a fare la spesa, che la disoccupazione sottragga ancor più reddito alle Famiglie, che i risparmi si assottiglino, che il debito aumenti e che in tutto questo andazzo non si riesca a trovare il bandolo della matassa per raddrizzare le sorti della congiuntura.

Si, facciamo finta di essere ad un tornante della storia, dove il dopo, insomma, non sarà più come il prima. Dove si vedranno prodighi smarriti girare in tondo, sbeffeggiati da frugali di antica data, mentre quelli nuovi di zecca stanno tutt’intenti a racimolare senso tra quel che resta.

Va per la maggiore un nuovo precetto: “L’uomo non può possedere più di quanto il suo cuore possa amare.”

Lo scrive Nicolai Lilin, con perfetto tempismo: struggente!

C’è pure gente che fa di necessità virtù: downshifting. Lo stiledel vivere in semplicità. Massì, la scelta da parte di diverse figure di lavoratori di giungere ad una libera, volontaria e consapevole autoriduzione del salario, bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, sì da godere di maggiore tempo libero e chissà di quanto altro ancora.

Giust’appunto: “lavoro meno, guadagno meno, mi riprendo il mio tempo”

Eggià, se non si può avere tutto, occorre mettere a frutto il desiderare meno.

Si, si può acquistare solo ciò che si ama, si può pure acquistare il proprio tempo, si può anche fischiettare sotto la doccia “quello che non ho è quel che non mi manca” ; sentirsi gagliardi e tosti e magari schivare pure i predicozzi.

Essipperchè, gente in giro a far predicozzi se ne trova a iosa: intellettuali di risma, sociologi, persino gli psicologi stanno lì a dare conforto, a prendere parte, a farsi parte, rimestando contro quel “consumismo della malora che ha lasciato esangui le genti”.

Certo, si può far tutto questo purchè si metta in conto che al fin di fare meno verrà a mancare pure il resto.

Il meccanismo economico-produttivo al quale ci abbeveriamo consente al singolo il lusso di fare il dowshifting; se tutti però fanno dowshfting va in malora.

Se viene a mancare la spesa, mancherà il reddito; senza reddito mancherà ancor più la spesa, non vi sarà nuova produzione, nemmeno occupazione, ancor meno reddito; meno prelievo fiscale ovvero meno previdenza, assistenza, istruzione, sicurezza e chissà quant’altro ancora.

Sissignore, quel lusso può costare caro anzi carissimo!

 

Mauro Artibani

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UNA PROPOSTA INUSITATA PER USCIRE DALLA CRISI


inusitato

 

In Europa la strategia anticrisi trova nella riduzione del debito la formula al grido di “consolidamento fiscale”, negli Usa si tenta di fare il contrario. Vediamo cosa accade.

Mettiamo in fila dati macroeconomici cosi come arrivano. Vediamo cosa accade:

Tra le oltre 400 società americane che fanno parte dell’indice S&P 500 e che hanno comunicato i risultati del quarto trimestre 2012, il 72% ha evidenziato un utile sopra le stime. In termini di fatturato, il 66% delle imprese ha registrato un giro d’affari migliore delle attese, insomma, si vende.

Si, si vende. Le spese dei consumatori sono salite dello +0,2% a gennaio. I redditi personali però sono scivolati -3,6%, riportando il tonfo più forte in 20 anni. Il tasso di risparmio è anch’esso sceso al 2,4% a gennaio, al minimo in sei anni. L’inflazione misurata dalla componente core dell’indice dei prezzi al consumo è salita +0,1%.

La Federal Reservedice che i crediti al consumo sono aumentati a gennaio negli USA da $16,2 miliardi a $2,8 bilioni.

Nuovo doping pure del debito federale: da quattro anni consecutivi superiore ai 1000 mld dollari/anno.

Crescita, insomma, sussidiata con il debito.

Per tutta risposta, l’economia a stelle e strisce continua a crescere in modo modesto ma costante, questo dice il Beige Book della Fed rilasciato il 6 Marzo. Pesano il sequester e le altre incertezze legislative; il mercato del lavoro continua a non manifestare concreti segnali di ripresa.

Nel frattempo il Pil nell’area dell’euro, nel terzo trimestre 2012, è diminuito dello 0,1%. Ci si attende che continui a contrarsi anche in T4 (-0,4%), così come anticipato dal basso livello di fiducia registrato dalle inchieste e dalla brusca flessione della produzione industriale a ottobre.

La disoccupazione raggiunge il massimo all’11,7%.

I debiti sovrani non si riducono, anzi crescono, così pure i deficit.

Dall’una all’altra parte dell’Atlantico, insomma, botte corna e chitarra rotta!

Di qua, per ridurre il debito si va in recessione; di là, per evitare la recessione si fa debito.

Risultato: per i primi, recessione e ancor più debito; per i secondi più debito per sostenere una crescita che si mostra insufficiente a ripagare il debito.

Orbene, mentre continuano a darsi battaglia i soloni dell’una e dell’altra sponda, senza cavare un ragno dal buco, quella mole di debito ha reso il credito inattingibile sbarrando il passo a tutti gli esercizi di reflazionamento forzato dell’economia.

Occorre, insomma individuare passi carrabili, magari inusitati, per uscire dal guado.

Toh: la crescita si fa con la spesa, quella privata da sola ne fa il 60%; spesa che deve generare il reddito necessario a rifare la spesa. Tal circolo virtuoso occorre garantire, allocando quei ricavi di reddito per retribuire chi con la spesa retribuisce. Giustappunto, il modo per dare continuità al ciclo economico e sostanza alla crescita.

 

Mauro Artibani

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MI TOCCA FARE L’ANTIPATICO


antipatico

 

Ehi, pssssst, leggete un po’: “Nel 2010 è aumentata al 65%, nel 1990 stava al 40, la quota di quelli che valutano il proprio reddito inferiore a quanto ritenuto necessario”.

Lo si legge in uno studio della Banca d’Italia, messo a punto da Antonio Bassanetti e Concetta Rondinelli.

C’è gente in giro, insomma, che pensa di avere in tasca meno denaro di quanto ne occorra.

Già occorre, per fare cosa?

Per mangiare, abbigliarsi, insomma vivere in maniera dignitosa?

Siam messi tutti male allora!

Eppur guardando altri dati Istat si mostra come, nonostante la crisi, l’incidenza della povertà negli ultimi dieci anni sia rimasta sostanzialmente ferma all’11%.

Poveri si ma non troppo. Negli indicatori Istat, si considera povera una famiglia di due persone quando consuma meno della media pro-capite dei consumi nazionali.

Dati alla mano, risulta lecito ritenere che quell’11% di poveri diavoli stiano ficcati dentro il gruppone dei 65% e che dunque il 54% non se la passi poi tanto male.

Già, eppur si lagnano. Si lagnano di cosa allora?

Si lagnano di non poter andare sovrappeso per il troppo mangiare, si lagnano di non poter sprecare quel 30% di derrate alimentari non utilizzate che vengono abitualmente buttate nella spazzatura, di non poter acquistare abiti alla moda che passa troppo velocemente di moda!

Già, vuoi vedere che questi 54 Tizi si lagnano, anzi si preoccupano di non poter corrispondere allo standard richiesto dal ruolo produttivo, da loro svolto per far crescere l’economia? Vuoi vedere che temono di finire all’inferno dove stanno gli 11? Vuoi vedere che se invece riescono a fare quel che gli tocca, magari possono tornare in paradiso insieme a quei mitici 35% che non hanno problemi di sorta nello stare beati dove stanno?

Un momento. Se la regola aurea dell’economia recita: “la mia spesa è il vostro reddito”, allora occorre reddito per fare la spesa!

In questo universo mondo, insomma, c’è chi non può farla, chi vorrebbe ma non può farlo per intero, chi può ma non fa per intero la spesa che gli spetta.

Vuoi vedere che occorrerà redistribuire la capacità di spesa per far sì che possa essere acquistato per intero quel che viene prodotto?

Toh, che sia questo il modo per generare quel circolo virtuoso che fa crescere l’economia?

 

 

Mauro Artibani

Studioso dell’Economia dei Consumi

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